Libri da regalare a Natale

Tre libri da regalare a Natale

di Luisa Patta

Cerchi consigli sui libri da regalare a Natale? Te ne suggerisco tre davvero sorprendenti, di tre autrici imperdibili che indagano la dimensione della donna a partire dagli anni Cinquanta fino ai giorni nostri. È notizia di questi giorni il fatto che la lettura è donna. Questo emerge dalla seconda edizione dell’Osservatorio sul Futuro dell’Editoria, il rapporto annuale sul mercato dell’editoria a cura di Fondazione Feltrinelli e Gruppo Feltrinelli. In libreria è sempre più netta la presenza delle donne, che rappresentano i due terzi dei frequentatori complessivi: il 63,6% è femminile, contro il 36,4% maschile. Il divario si riduce di poco per quanto riguarda gli acquisti on line, dove le donne scendono al 56,6% pur rimanendo sempre in sostanziale vantaggio.

Quindi ho deciso di celebrare questo buon risultato (solo per noi donne, s’intende) consigliandoti come strenna natalizia tre libri che ho molto amato di recente. Le protagoniste sono figure femminili in diversi contesti storici, culturali e sociali. Tre libri che parlano di donne e che sono anche scritti da donne: tre autrici che, come le protagoniste delle loro narrazioni, appartengono a tre momenti diversi della storia della società e che quindi riflettono – non solo la loro unicità dell’essere donna – ma anche la condizione femminile del tempo che si trovano a vivere. Tre libri molto diversi e distanti, ma che in un certo senso si passano il testimone nella lunga storia dell’identità femminile nella società e nella cultura di riferimento.

Diario proibito di Alba De Céspedes

Partiamo dal primo libro dei libri da regalare a Natale che ho individuato come consiglio per una lettrice. Un punto di partenza per il nostro viaggio nell’universo femminile di ieri e di oggi. La prima strenna natalizia è Quaderno proibito di Alba De Céspedes, edito in Italia da Mondadori.

Quaderno proibito di Alba De Céspedes - libri da regalare a Natale

Questo romanzo mi ha catturato prima di tutto per la sua particolare forma di narrazione, ovvero quella diaristica. La protagonista è una donna che per tutto il romanzo combatterà fra quello che crede di dover continuare ad essere e quello che vorrebbe essere. La vicenda si svolge in una Roma piccolo-borghese degli anni Cinquanta. Lei, Valeria Cossati, è una moglie e madre di famiglia sempre presente per i suoi cari, senza nessuna ombra e nessun segreto. Fino al momento in cui, una domenica mattina, mossa da un impeto irragionevole decide di acquistare un taccuino, un piccolo e innocuo oggetto per sé. Comincerà ad appuntare i suoi pensieri, le sue giornate, i suoi punti di vista, i suoi moti interiori.

«Ho fatto male a comperare questo quaderno, malissimo. Ma ormai è troppo tardi per rammaricarmene, il danno è fatto»

Con queste parole inizia il suo diario Valeria Cossati, la protagonista di questo romanzo, una donna della classe media dell’Italia degli anni Cinquanta. Questo taccuino diventerà il suo quaderno proibito, testimone di una lenta, impercettibile, ma inesorabile voglia di cambiamento. Fino all’ultima pagina, ti interrogherà su cosa Valeria deciderà di fare. Rimanere fedele al “naturale” sistema culturale e continuare ad aderire perfettamente ai ruoli imposti, a quello che è stata finora? Provare a seguire la propria individualità, dare sfogo ai suoi conflitti sotterranei, alle sue aspirazioni frustrate e ai risentimenti nascosti? Nel quaderno proibito di Valeria c’è tutta la sua vita interiore, oltre che il manifesto della donna dell’Italia degli anni Cinquanta. Roma fa da sfondo al perpetuarsi di una vita che sembra già tutta scritta, senza possibilità di riscatto e di cambiamento.

Pubblicato a puntate tra il 1950 e il 1951, e un anno dopo in volume, Quaderno proibito è considerato il capolavoro di Alba De Céspedes. È la testimonianza storica di un’epoca e tributo a una generazione pre-femminista decisiva per tutte le rivoluzioni successive. Soprattutto è una magistrale prova letteraria capace di svelare l’identità, frammentata e mutevole, dell’essere umano e – in particolar modo – dell’essere donna.

«Se capiamo il significato profondo di questo romanzo, se capiamo Valeria, le capiamo tutte: le madri e le nonne che sembravano immobili nei loro ruoli, e invece sono state più rivoluzionarie di noi» (dalla prefazione di Nadia Terranova)

Accabadora di Michela Murgia

Continuiamo il viaggio della figura della donna all’interno della letteratura con un piccolo romanzo, anche questo scritto da una grande autrice. Piccolo romanzo se ne consideriamo la lunghezza, ma in realtà di una grandezza che va oltre le parole, quasi mitica, ancestrale. Si tratta di Accabadora di Michela Murgia, edito in Italia da Einaudi editore. Questa è il secondo dei libri da regalare a Natale alle tue amiche lettrici o te stessa.

Accabadora di Michela Murgia

Sono rimasta potentemente affascinata dalla narrazione di Michela Murgia, in tutta la sua opera e in questo romanzo in particolare – considerato il suo capolavoro. L’autrice si è aggiudicata i premi Campiello e Supermondello 2010. La vicenda si svolge nella Sardegna rurale degli anni Cinquanta, a Soreni, un paese nato dalla fantasia della Murgia. Potremmo identificarlo come un qualsiasi paese dell’entroterra sardo, costruito su mattoni e forti tradizioni. Qui vivono le due protagoniste principali di questo romanzo, le cui vite si intrecciano profondamente: Tzia Bonaria Urrai, un’anziana donna, e Maria Listru, una bambina.

«Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra. Di quel secondo parto era figlia Maria Listru, frutto tardivo dell’anima di Bonaria Urrai. Quando la vecchia si era fermata sotto la pianta del limone a parlare con sua madre Anna Teresa Listru, Maria aveva sei anni ed era l’errore dopo tre cose giuste.»

Questo è l’incipit del romanzo, in cui si fa subito riferimento a uno dei temi portanti di questa opera, ovvero l’adozione. La pratica del fillus de anima era piuttosto diffusa e socialmente accettata nelle comunità sarde di quegli anni ed era un modo per aiutare economicamente le famiglie che non riuscivano a mantenere i propri figli. Così Maria lascia la sua casa e va a vivere con la zia, che di professione fa la sarta. Si intuisce subito dalla narrazione che non si tratta di una sarta qualunque, o meglio, non si tratta di un’anziana donna come tante altre.

Si scoprirà infatti che Bonaria è quella che in paese tutti definiscono l’accabadora. In lingua sarda significa colei che finisce. Colei che avvolta dal buio della notte entra nelle case per mettere fine alle sofferenze dei malati e delle malate agonizzanti, sul punto di morire, ma per i quali questo momento di pace sembra non arrivare mai. Tutti in paese lo sanno, ma Maria ancora no.

Ecco quindi che, oltre all’adozione, entra in scena nel romanzo un altro tema fondamentale della narrazione: l’eutanasia. La figura dell’accabadora riveste un ruolo sociale che attraverso questo romanzo sembra eticamente riconosciuto nella vita rurale della Sardegna degli anni Quaranta e Cinquanta, anche se controverso e non privo di lati oscuri e difficili da analizzare.

Michela Murgia tratteggia e mostra ai lettori e alle lettrici una accabadora che non genera giudizio o condanna. Anzi, quella che ne esce è la figura di un’anziana donna che, suo malgrado, si trova ad assolvere al suo compito, quasi come se la morte che esce dalle sue mani non sia morte ma – piuttosto – una forma di pace. Una morte pietosa e compassionevole, socialmente accettata. Agli occhi della comunità, infatti, il suo non è il gesto di un’assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi.

La prosa pulita e scorrevole della Murgia dipinge un affresco della cultura sarda di quell’epoca – intrisa di tradizione e credenze arcaiche e popolari. Non tanto attraverso il personaggio di Bonaria Urrai, che viene mostrato sia come donna che come accabadora. Piuttosto ponendo l’attenzione sull’influenza e le ripercussioni che questo suo particolare compito ha sulle vite di coloro che la circondano. In primis sull’esistenza di Maria che, quando si troverà di fronte alla verità, dovrà compiere una scelta morale.

Il romanzo si legge tutto d’un fiato e, seppur nella sua brevità, è in grado di generare un’ampia riflessione su temi di grande attualità, sulle quali si interrogano anche le protagoniste: l’adozione e l’eutanasia, ma anche il confine tra giusto e sbagliato, i conflitti morali, l’etica, la responsabilità e la religione che inevitabilmente entrano in questo dibattito sempre aperto.

Tutta la stanchezza del mondo di Enrica Tesio

Ora cambiamo decisamente registro con il terzo dei libri da regalare a Natale. Per l’ultimo consiglio di lettura e per chiudere questo focus sulle tante declinazioni dell’essere donna attraverso le epoche e i contesti sociali, ho scelto Tutta la stanchezza del mondo di Enrica Tesio, edito in Italia da Bompiani. Questa è la terza strenna natalizia che vi propongo, per concludere strappandovi un sorriso. Sì, perché la prosa di Enrica Tesio è sarcastica e irriverente.

Tutta la stanchezza del mondo di  Erica Tesio

L’ironia è il suo tratto distintivo, insieme alla grande capacità di raccontare sé stessa dandoci però la possibilità di ritrovare anche qualcosa di ognuna di noi, di riconoscerci nelle sue parole. Con democrazia e impagabile verità. È un saggio scritto da una donna – madre di tre figli, copywriter, blogger e scrittrice – che non si rivolge però solo alle donne, bensì a tutta l’umanità, a tutto il popolo del multistanching (usando un neologismo inventato dalla stessa autrice) che tutti i giorni è chiamato a svolgere infiniti ruoli e molteplici compiti contemporaneamente, in una società sempre più performante e competitiva.

Questo è quanto troviamo nell’introduzione al libro e ci appare subito chiaro come l’autrice si rivolga con sincerità ad ognuno di noi, attraverso il suo sguardo acuto e pieno di humour. Quello che segue è un diario privato di fatiche collettive, numerate da una a dodici (come le fatiche di Ercole) e argomentate in altrettanti spassosi e disarmanti capitoli. Sfogliando il libro, ci si può subito accorgere che l’autrice tocca temi universali e difficoltà che accomunano tutti e tutte, iniziando dalla casa e dal lavoro e arrivando fino al sesso e all’amore, passando per le moderne stanchezze provocate dalla burocrazia ogni giorno più alienante e macchinosa e dai social sempre più invadenti e affamati di ogni nostra energia pensante.

Lascio a voi la curiosità di andare a scoprire quali siano queste dodici fatiche collettive (che io sottoscrivo in pieno) senza riportarvi qui l’elenco completo, ma vi confesso che nel leggerle ho trovato molti riferimenti ad una condizione femminile che negli anni è andata saturandosi, perché se una donna ha il sacrosanto desiderio di affermarsi nel mondo del lavoro, di fare carriera e auspicare al successo, di certo non può sottrarsi in nessuna misura – qualora desideri fare famiglia – all’essere madre e donna del focolare domestico. Quello a cui la donna in questi anni è andata incontro è un sistema a corto circuito, che in questo saggio della Tesio – a tratti molto ironico, ma anche spietato – è reso perfettamente dal mosaico complesso e asfissiante delle stanchezze con cui questa società ci schiaccia e stritola, facendo leva in particolar modo sulle donne.

«Il primo tormentone è tutti siamo utili, nessuno è indispensabile. Di solito lo afferma qualcuno che si sente indispensabile. Sono diventata grande con questa spada di Damocle, il precariato fatto massima di buon senso. A pensarci, è il concetto stesso di utilità a essere strumentale e cinico. Nelle mie prime maternità ricordo un mix di ansia e gioia, la bolla con i bambini mentre il mondo va avanti, nella speranza che vada avanti non troppo bene senza di me. È solo un esempio, ma vale per spiegare l’insinuante e persistente senso di colpa di chi resta indietro, mi correggo, di chi potrebbe restare indietro. Non so se sia la vecchiaia, ma oggi il pensiero di non essere indispensabile mi pare un privilegio, una liberazione: dimenticatemi, sostituitemi, al mio posto metteteci un gorilla che comunica con i segni, una bambola gonfiabile, uno spaventapasseri, fate un po’ voi, avrete i vostri motivi. Voglio appuntarmi a futura memoria che se ho un posto che penso costantemente di poter perdere, che sia un posto di lavoro o un posto nel mondo, allora non è il mio»

Se ti incuriosisce Enrica Tesio leggi la sua intervista ad Api furibonde Enrica Tesio: l’ironia che naviga fra le imperfezioni

Il tema del senso di colpa è un argomento ricorrente nella produzione della Tesio in relazione all’essere donna, tanto che l’autrice nel 2021 ha formulato un articolo per una nota rivista dal titolo Non mi perdono dunque sono, assunto che torna spesso anche in questo saggio insieme alla cosiddetta “ansia da perfezione” della quale ogni donna ne è una degna rappresentante. Fa capolino, con fatica e ironia, una umanità che chiede una tregua e – ancor più – si alza un grido dell’universo femminile, che ogni giorno corre cercando di gestire tutto e allo stesso tempo nascondere l’affanno (e allontanare il punto di non ritorno). Se questa è l’evoluzione della specie – sembra dirci la Tesio – dovremmo fare tutti come il papa: dimetterci perché afflitti dalla patologia del secolo, la stanchezza. Prima che sia troppo tardi.

E tu, Ape furibonda hai apprezzato questi consigli sui libri da regalare a Natale? Ne regalerai qualcuno di questi o altri?

Conoscevi già queste autrici e i loro libri? Li hai apprezzati?

Ti vengono in mente altri libri in cui le protagoniste incarnano i valori e i dettami della loro epoca o, magari, sono portatrici di un cambiamento? Scrivici e parliamone insieme!

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