Olga Campofreda

Olga Campofreda: una scrittrice POP

di Feliciana Zuccaro

Le Api Furibonde sono sempre indaffarate, ma il tempo per un buon consiglio libroso e per parlarvi di una scrittrice davvero interessante, lo trovano sempre! È per questo motivo che oggi vi parlerò dell’incontro dell’incontro con Olga Campofreda. Così si chiama l’autrice di Ragazze perbene edito dalla NNEditore. Dovrei brevemente dirvi di lei e del suo libro.

È nata a Caserta nel 1987 ma vive a Londra, dove lavora come scrittrice e ricercatrice in Italian e Cultural Studies. Insegna scherma per la nazionale inglese Under 20. Scrive da un po’. Diversi sono i libri che ha già pubblicato, tra cui il reportage narrativo su Lawrence Ferlinghetti e il saggio su Pier Vittorio Tondelli.

Ragazze Perbene: non solo un romanzo

Il suo ultimo libro Ragazze perbene, mi ha immediatamente incuriosito. La dedica iniziale è a sua madre, che a quanto pare sa interpretare i sogni. Anche la mia sa farlo. Questa cosa di interpretare i sogni mi ha sempre affascinato. Credo che sia un dono speciale di chi si mette a contatto con la propria interiorità.

Ma ciò che poi mi ha davvero colpito è la citazione che Olga Campofreda fa nel libro prima di iniziare. Non è la solita frase presa da qualche testo letterario o dai versi di una poesia. È un pezzetto della canzone Born to make you happy di Britney Spears, una delle cantanti POP più osannate degli anni ’90 o giù di lì. E sì, perché è una grande appassionata di cultura e musica POP. Infatti, i riferimenti musicali nel suo libro sono molti, quasi tutti racchiusi in una play list ascoltabile su Spotfy.

Quando la incontro le chiedo come mai ha scelto proprio Britney Spears e perché quel brano:

Britney Spears è un personaggio simbolico, che ha avuto la capacità di prevedere il futuro di tutte le Ragazze perbene. Non solo quelle del libro, ma anche quelle della generazione che ci rappresenta. Britney cresce in un contesto che è simile ad una favola, in una cameretta che un po’ tutte noi abbiamo sognato. Nei suoi inizi c’è l’audizione alla The Mickey Mouse Club della Disney, il contesto che poi l’ha portata assieme alla madre a studiare in accademie di New York e a sognare la ribalta.

Ci riesce, il talento c’è, ma c’è anche la capacità di assecondare le volontà altrui. Britney incarna il modello di donna che dice sempre sì. La donna che sa sempre come stare in mezzo agli altri, quella che sembra quasi avere il manuale di comportamento, la Lolita degli anni ’90, a metà tra Ilary Clinton e la Lewinsky, la ragazza impeccabile che sa essere anche seducente. E lei incarnava anche il personaggio perfetto che si frapponeva tra le due protagoniste del mio libro, Clara e Rossella.

Le protagoniste, queste due cugine Clara e Rossella nel libro sono così diverse ma anche simili in molti aspetti. Un po’ sorge spontanea una delle domande più scontate che sicuramente mille volte Olga Campofreda avrà sentito, ma non posso non farla. Quanto c’è di lei in ognuna delle due ragazze?

I dettagli geografici mi accomunano alle due ragazze, come mi accomuna a una delle due, cioè a Clara, la scrittura. Ma il libro mi ha visitata inizialmente con la visione di Rossella e del suo incidente. La prima immagine che ho visto e da cui ho iniziato a farmi delle domande per proseguire la stesura del libro, è stata questa. Quindi, posso dire che in me c’è un po’ di Clara e un po’ di Rossella. E in ognuna di loro c’è un po’ di Olga.

Olga Campofreda e la “Restanza”

Ecco, l’incastro tra Caserta e Londra, i dettagli geografici, i due luoghi vissuti dalle due protagoniste, sono anche i luoghi di Olga Campofreda. Caserta è la città natale dove ritornare e Londra è il posto in cui mettere le radici future. Nel romanzo c’è, infatti questo dualismo tra chi si salva andando via e chi si salva restando. Probabilmente ha una sua idea di salvezza e mi andrebbe proprio di sapere qual è.

Non ci si salva in un modo o nell’altro, ma semplicemente “Non restando fermi”, nel senso che si può anche restare in un posto che è quello che ci appartiene sin dalla nascita, ma anche in assenza di distanza tra dove si nasce e dove si vive, ciò che conta è continuare a fare cose per essere sempre in movimento. Clara va a Londra, ma resta immobile nelle sue scelte, non trova una stabilità definitiva, la stessa cosa fa Rossella che restando a Caserta, inizia un percorso di crescita personale, ma poi lo arresta per accontentare gli altri, per essere sempre una Ragazza perbene, per non deludere le aspettative. È questa assenza di dinamicità che non le salva. Io consiglierei di leggere “La restanza” di Vito Teti, cioè un fenomeno del presente che riguarda la necessità, il desiderio, la volontà di generare un nuovo senso dei luoghi. Il nostro è un tempo segnato dalle migrazioni, ma è anche il tempo di chi “resta” nel suo luogo di origine e lo vive, lo cammina, lo interpreta, in una vertigine continua di cambiamenti. Sapessimo fare tutti quanti la restanza, saremmo tutti davvero salvi.

Questo vocabolo, non identificativo di ciò che avanza, ma coniato per indicare la necessità di partire restando o di restare partendo, mi ricorda tanto il mio bisogno sopraggiunto ad una certa età di mettere in pratica il sogno di scrivere e quindi di muovermi restando a casa. Non mi voglio allontanare per mettermi in movimento. Quindi io dovrei essere salva, sotto un certo punto di vista. Ma quando Olga parla di questo aspetto della salvezza, parla anche della necessità di definire cos’è una Ragazza perbene:

Ragazza perbene non vuol dire “brava ragazza” ma una ragazza che non delude, che fa il proprio lavoro come la famiglia vuole. Quando si è ragazze perbene non si smette mai di esserlo, si prova a non esserlo ma non riuscendoci fino in fondo. Viviamo in una società con la cultura del senso di colpa. Alle ragazze è chiesto più che ai ragazzi di vivere piene di sensi di colpa. Su questo viene plasmato il modo di agire delle donne future a tutti gli stimoli esterni, dalla scelta della scuola giusta a quella del lavoro giusto, dalla scelta obbligata di avere un ragazzo con cui accompagnarsi fino al dovere di procreare, imponendo così la cultura del poco rispetto per sé stesse.

Il rispetto di sé e il rispetto dei propri pensieri

A proposito di rispetto di sé, delle proprie scelte e di ciò che una donna prova o vive, c’è un passaggio nel libro davvero particolare che vorrei che Olga mi spiegasse meglio. Clara, una delle due protagoniste, da ragazzina che vive ancora con la sua famiglia subisce una molestia in ascensore da parte di un suo condomino. Confessando alla madre questo episodio, si sente dire una frase contradditoria e che mette i brividi, ovvero “Ti sarai sbagliata. La prossima volta prendi le scale!”. Cioè “Non credo sia possibile, te lo sarai immaginata, ma se fosse vero cambia strada tu, perché tanto non la cambiano loro!”. È un controsenso che riporta a quella necessità di inculcare alle proprie figlie il rispetto delle proprie idee o dei propri pensieri. Persino delle proprie percezioni.

La mamma di Clara, un po’ come tutte le nostre mamme (non voglio generalizzare, ma la maggior parte sono cresciute così) non hanno avuto gli strumenti per affrontare situazioni simili. È una generazione di donne che ha vissuto il femminismo, ha vinto enormi battaglie, ma molte di loro non sono state istruite a difendersi nel quotidiano. Infatti la frase che ho lasciato dire alla mamma di Clara in quella situazione è una frase goffa, quasi comica, quella che poi spinge Clara ad andare via, a metter radici altrove, a Londra, perché vuole fuggire da quel perbenismo che non le sta cucito bene addosso. Ma il mio libro non è un manuale d’istruzioni in merito, è solo un romanzo.

Sarà pure un semplice romanzo e non un manuale d’istruzioni sulla vita, ma ci sono alcuni passaggi che vale la pena approfondire. Sembrano essere dei fondamenti assoluti sulla società in cui viviamo, cose che vediamo quotidianamente sotto i nostri occhi, ma diamo spesso per scontate. Ad esempio, al capitolo 21, mentre sta descrivendo un primo approccio tra la Clara ragazzina e un certo Luca, quello che poi diventerà il futuro marito di sua cugina Rossella. Olga inserisce il brano Territorial Pissings dei Nirvana ascoltato dai due ragazzi tramite un lettore CD portatile e ci spiega con quale intenzioni quel brano è stato scritto.

Cobain aveva scritto quella canzone pensando ai maschi degli animali portati per istinto a segnare il territorio e a difenderlo con la violenza, tra questi c’è anche l’uomo, che prende tutto per natura, un comportamento che è stato accettato socialmente, in molti casi persino incoraggiato. L’idea del maschio di successo equivale a quella di un predatore che si impone sugli altri e se non lo fa con la violenza, lo fa con il potere. Ad un certo punto lo stesso Luca dice “Noi maschi dobbiamo mostrarci sicuri e forti se non vogliamo finire dall’altra parte della linea, cioè quella dei perdenti!”. Quindi va da sé che le ragazze che empatizzano, che mostrano le emozioni o le proprie fragilità senza vergogna, quelle sensibili, che piangono e che non nascondono le insicurezze, quelle sono deboli e dall’altra parte della linea, giusto?

Kurt Cobain è sempre stato incredibilmente tagliente nell’osservare la deriva dell’ipercapitalismo, una società fatta di potere, di performance e di maschi iper performanti. Lo possiamo vedere oggi con quello che è l’esempio più chiaro di performance da raggiungere, Elon Musk, il nuovo idolo dei ragazzi che raggiunge vette sempre più alte e non ha la necessità di mostrare chi lo accompagna o quali emozioni prova per empatizzare con la folla, ma gli basta mostrare il potere che possiede. E tutto questo mostra la struttura patriarcale su cui la nostra società è ancora fondata. A chi oggi dice che questa visione non esiste più, che questa parola è obsoleta e non dovrebbe più essere utilizzata, dovrebbe riflettere invece sulla parola stessa “patriarcato”.

Patriarcato e tabù

Lo faccio io! Nella sua accezione più minimalista, il patriarcato si riferisce al sistema, storicamente derivato dalla legge greca e romana, in cui il capofamiglia maschio aveva un potere legale ed economico assoluto sui membri della famiglia, maschi e femmine, che dipendevano da lui in quanto si associava l’uomo alla forza fisica necessaria a svolgere un lavoro. Con gli anni e i secoli, e con la necessità di lavori prettamente intellettivi e non di prestanza fisica, questa necessità è andata scemando. Quindi la nostra non dovrebbe più essere definita patriarcale, è vero, ma lo è ancora per molti aspetti, considerando la netta distinzione fatta nell’ambito del ruolo di caregiver familiare delle donne rispetto agli uomini, in alcuni casi vincolante proprio in merito alla necessità di lavorare o meno.

Olga Campofreda e il tabù dei desideri

Poi c’è l’aspetto politico della società in cui viviamo, ancora radicato nella egemonia maschile, con un netto disequilibrio tra le parti, quasi a voler sottolineare la capacità di un sesso rispetto all’incapacità dell’altro. In realtà ci sarebbero tanti altri aspetti da sviscerare prima di confermare che la società in cui viviamo non è più etichettabile con questo termine. Argomento infinito questo, sarebbe meglio terminare qui e passare ad altro. Infatti, ho bisogno di chiederle ancora una cosa prima di concludere la nostra intervista.

Nel capitolo 26 c’è una frase “Il nostro desiderio sarebbe rimasto muto!” e quando dice questa frase si riferisce al fatto che ognuno di noi ha dei desideri che lascia nascosti perché gli adulti ci hanno sempre chiesto di fare così. Poi diventiamo noi quegli adulti e proseguiamo a tenerli nascosti, anzi chiediamo ai nostri figli di farlo e poi ai figli dei nostri figli. L’eredità del tabù dei desideri non ha mai una fine. Ma c’è una motivazione, le chiedo?

Il desiderio è imprevedibile, incontrollabile, non risponde a nessuna regola. Il desiderio spaventa perché è un animale che non si addomestica, e per l’uomo tutto ciò che è selvaggio affascina ma è pericoloso al tempo stesso, da evitare come la peste. Ecco perché ci insegnano a starne lontani invece che imparare ad assecondare i desideri, specialmente quelli più perversi che diventano il pericolo maggiore. Le Ragazze perbene questo lo sanno, anzi questo ce l’hanno nel DNA.

Sembra quasi che Olga Campofreda abbia avuto un’investitura dall’alto e che abbia compreso così bene le regole per essere una Ragazza perbene. Che abbia voluto in qualche modo mettere al corrente di tutti quali sono le condizioni per esserlo davvero o per non esserlo mai. Ho un’ultimissima cosa da chiederle, forse una domanda sciocca, ma è stata la prima che in realtà avrei voluto rivolgerle. Qual è il contrario di Ragazze perbene? Io ho pensato a Ragazze permale, ma voglio sapere cosa ne pensa:

Il contrario di Ragazze perbene potrebbe essere Ragazze ribelli, quelle che rompono gli schemi.

E così, con quest’ultima domanda, la saluto, ringraziandola per la disponibilità e per la chiacchierata. Sarebbe stata ancora più bella se ci fosse stato altro tempo. Si sente che Olga Campofreda è una bella persona. Potrebbe portare altri mille spunti alla nostra conversazione, ma c’è un tempo in cui parlare, un altro in cui scrivere.

Se questa storia vi è piaciuta, leggete anche Lettera aperta a Chiara Gamberale.

Voi Api Furibonde, conoscevate Olga Campofreda e il suo ultimo romanzo? Lo avete già letto? Oppure vi ho incuriosito con questa intervista? Vi aspetto nei commenti.

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