di Feliciana Zuccaro
Marika ha un nome d’arte. Si fa chiamare Marika D’Ernest e non vuole dirmi qual è il suo vero cognome. Preferisce così e io lo rispetto. La incontro una mattina per chiacchierare sul suo mestiere che mi incuriosisce particolarmente. Marika è una ragazza di 38 anni che vive a Gravina in Puglia. Originaria della cittadina in provincia di Bari, ha vissuto per tantissimi anni a Bologna, come studentessa.
Gli studi
Ha conseguito una Laurea Magistrale in Letterature e Beni culturali con indirizzo in Arti Visive a 28 anni. Ha compilato una tesi sulla pornografia come fenomeno estetico e sociale. La domanda cardine era “che cosa è arte e cosa è pornografia e in quali contesti è arte o altro?”. Durante gli studi e le ricerche per la tesi ha scoperto il porno attivismo o postporno, ovvero un ramo della pornografia che si contrappone alla pornografia mainstream, quella conosciuta tramite i canali classici.
Il postporno rifiuta tutti i canoni di mercificazione della donna e tutte le dinamiche di assoggettazione della donna all’uomo.
Infatti nel postporno il corpo della donna è reale come quello maschile, cioè con tutti i difetti del caso, con la cellulite, con la peluria e con le menomazioni del corpo reale, e non artefatto come capita nella pornografia mainstream. Inoltre nel porno attivismo non ci sono dinamiche binarie, in cui l’uomo domina la donna.
Dopo avermi detto della sua tesi ho fatto una ricerca veloce ed è venuta fuori questa definizione che mi piace riportare per far comprendere più semplicemente di cosa si tratta:
Il postporno è un porno politico, indipendente, sfugge a definizioni e categorizzazioni, serve a informare e parlare senza tabù né censura, diventa uno strumento di formazione volto anche a contrastare vecchie dinamiche di potere malsano o patriarcale.
Mentre faceva queste ricerche per la sua tesi nel periodo universitario, Marika ha conosciuto diverse attiviste di questi movimenti, tra cui Slavina nota postporno-attivista italiana. Approcciandosi a questo mondo ha conosciuto il Femminismo e ha frequentato workshop di attivismo e divulgazione femminile, entrando così a farne parte in maniera diretta.
Ma non si è fermata qui. Mentre è entrata a far parte di diversi collettivi femministi, ha scoperto l’esistenza dell’arte del tatuaggio, e nello specifico del tatuaggio berbero.


Il tatuaggio berbero
Il tatuaggio tribale berbero è un vero e proprio strumento di comunicazione femminile, un rituale fatto dalle donne per le donne. Questa pratica viene definita un atto femminile dei passaggi della vita delle donne. Inizialmente nato tra le popolazioni magrebine, diffusosi in una vaste aree del Nord Africa, ha resistito nonostante le contaminazioni, e si è esteso tra le diverse tribù. Il tatuaggio berbero ha la particolarità di essere composto da una simbologia semplice, fatta di riferimenti naturali. Può essere definito come una specie di comunicazione femminile, una identificazione territoriale.
Le donne
Le ragazze che si apprestavano ad entrare nella cosiddetta età puberale venivano tatuate dalle vecchie donne della tribù di appartenenza con lunghi aghi e della cenere mista a saliva della stessa tatuatrice. Si sceglievano i simboli adatti alla ragazza da tatuare sulla base della storia della stessa.
Questa pratica così fortemente radicata in quelle zone, appartiene in un certo senso a tutte quelle pratiche fatte di simboli e pregne di significato che attraversano un po’ tutto il pianeta. Ad esempio la simbologia induista sui volti delle donne o la scrittura femminile nu-shu delle donne cinesi. C’è un chiaro riferimento alla volontà di unire il femminile in un unico grande mondo.
La storia
In pochissimi sanno che tra le popolazioni interessate da questa pratica, in un dato periodo colonialistico, le donne avevano preso l’abitudine di tatuarsi i palmi delle mani e porzioni di volto, così da evitare le violenze sessuali da parte dei soldati francesi, i quali associavano i tatuaggi alla poca igiene delle donne locali. Quindi era diventata una sorta di meccanismo di difesa personale.
Il tatuaggio berbero è composto dall’insieme di piccole linee e semplicissimi punti, che associati tra loro in ordine diverso, compongono delle vere e proprie immagini con particolari significati.
Quest’arte del tatuaggio berbero, purtroppo sta via via scomparendo, perché stanno scomparendo anche le donne che lo praticavano.


La volontà di essere memoria oltre che arte
Di qui parte la volontà di Marika D’Ernest di fare di quest’arte il suo mestiere. Mi racconta che vuole portare avanti il compito di quelle donne che tatuavano le ragazze magrebine e che si occupavano di tramandare una tradizione antichissima. Lei vuole fare la stessa cosa, soprattutto perché delinea in maniera netta il senso di appartenenza ad un genere che è da sempre troppo bistrattato e sopraffatto, la donna. La sua scelta di praticare memoria anche ora che siamo nell’era più social di sempre. Un’era in cui la memoria dovrebbe essere di facile accesso con i siti internet e i social network, ma che sembra invece essere l’era più povera di memoria storica.
Per questo motivo Marika gira sempre con la borsa piena di agende e quaderni, tra cui due in particolare.
Uno è il quaderno blu su cui scrivo tutte le informazioni che le clienti mi danno. Da queste informazioni parto per disegnare e costruire un vero e proprio amuleto. Questo è il tatuaggio che compone un amuleto portafortuna, con i tipici simboli (punti e linee) del tatuaggio berbero.
L’altro è un quaderno con la copertina in pelle, pieno di disegni e appunti in cui riporta tutti i suoi studi fatti sui vari simboli tipici di questo mondo così ricco e allo stesso tempo in via d’estinzione. Ha il timore che questa memoria storica vada persa, e così riporta tutte le informazioni che riesce a raccogliere da quella cultura.
Marika D’Ernest si divide fra due studi, uno a Gravina in Puglia e l’altro a Bari. Realizza i suoi tatuaggi con uno strumento differente. Invece della classica macchinetta elettrica per tattoo lei usa l’ago nudo, banalmente questa pratica del “tatuaggio a mano” viene anche definita Handpoke.

Non solo tattoo
Marika D’Ernest non si ferma al tatuaggio, perché con alcuni collettivi si occupa di formazione femminista, realizzando mostre fotografiche e workshop di divulgazione del pensiero femminista. Ha creato molte opere e diversi mesi fa ad esempio, a Bari, ha partecipato ad una delle installazioni più singolari, a mio avviso.
L’installazione consisteva nell’esposizione di diversi tovaglioli da tavola del corredo di una nonna, una madre, una figlia, una sorella, insomma l’esposizione della dote di molte mogli che se ne sono disfatte per vedere quei pezzi di tessuto appesi ad un balcone, e riportanti la scritta “IL GUAIO STA NEL FATTO CHE TU PARLI”, celebre frase presa tratta da Parole d’amore di quel simpatico misogino di Guy de Maupassant.
Questa installazione era una protesta al contesto patriarcale in cui siamo cresciute un po’ tutte e dove ci viene chiesto di tenere la bocca chiusa, soprattutto a tavola, per non rovinare le cene con le idee di libertà femminile.
Insomma, la sua voce si espande in mille modi, non solo con il tatuaggio berbero, ma grazie all’ideale di autodeterminazione femminile che le appartiene.
Ma il mio studio su questa antica arte non finiscono qui. Grazie a Marika D’Ernest me ne sono innamorata anch’io e non escludo la possibilità di un mio secondo articolo solo sul tatuaggio berbero e sui suoi significati.
Voi Api Furibonde, conoscevate tipo di tatuaggio? Ne fareste uno? Scriveteci!
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