Cristina di Svezia

Cristina di Svezia: nacque libera, visse libera e morì liberata

di Valentina Evangelista

Chi si è imbattuto nel nome di Cristina di Svezia, l’ha fatto inciampando negli appellativi più diversi. Fantasiosi e, talvolta, anche grotteschi e mortificanti, che le attribuirono. Regina bambina, Semiramide del Nord, donna dalla dormiente femminilità. Ciò non stupisce. Sono molteplici le sfaccettature che compongono un ritratto di questa donna dal forte temperamento e dal carattere impulsivo e assetato di conoscenza. Un ritratto complesso, controverso e affascinante.

Cristina di Svezia raccoglie in sé elementi e scelte che, nel tempo, si sono prestati anche a narrazioni superficiali, o perlomeno parziali. Ad interpretazioni spesso audaci e persino romanzate. La storia, tuttavia, non smette di darci un insegnamento. Esercitare costantemente il dubbio e analizzare i fatti all’interno di una più ampia cornice, può restituirci un’utile bussola per leggere e comprendere meglio eventi e personalità che ne costituiscono i tasselli.

Chi era Cristina di Svezia?

Cristina di Svezia era figlia di Adolfo Gustavo Vasa, difensore del protestantesimo durante la Guerra dei Trent’anni. Regina dall’età di sei anni fu educata alla cultura e alla politica dal potente cancelliere Axel Oxestierna. La sua conversione al cattolicesimo nel 1654, l’abdicazione a favore del cugino Carlo Gustavo e la scelta di non sposarsi, la resero un catalizzatore d’attenzione e di riflessione. Non solo. Anche di biasimo e scandalo presso il mondo e l’epoca da lei tanto audacemente attraversati.

Il matrimonio implica delle soggezioni alle quali io non mi sento in grado di sottostare, e non posso prevedere quando sarò in grado di vincere questa ripugnanza.
L’alchimia

Il suo interesse per l’alchimia è un aspetto apparentemente marginale che invece ci aiuta a conoscerla meglio. Ed è stato affrontato nell’interessante saggio di Anna Maria Partini, Cristina di Svezia e il suo cenacolo alchemico (Edizioni Mediterranee, 2010). In Cristina il desiderio di sapere e di conoscere sul piano umano e delle scienze esatte si combinò, infatti, con un forte bisogno di fede e di soprannaturale. Il suo atteggiamento non fu mai di passiva accettazione, ma, al contrario, un continuo indagare, attraverso lo studio, la ricerca e l’esercizio del dubbio.

La biblioteca delle “Tre corone”

La vita di Cristina si svolse in uno dei secoli cruciali per la ricerca dell’oro filosofale e da essa fu, per certi versi, caratterizzata. Il suo interesse per l’alchimia sbocciò in lei da giovanissima, a Stoccolma, grazie alla Biblioteca paterna delle “Tre Corone”. Una biblioteca ricca di manoscritti, codici, stampe rare e testi di celebri alchimisti come Della Porta, Tritemio e Paracelso. Cristina non si limitò a consultarli. Ampliò la biblioteca tanto da renderla una delle più celebri d’Europa e una sua estensione nel viaggio che la condusse a Roma, nel 1655.

A Roma la passione di Cristina per l’arte trasmutatoria divenne ancora più profonda e si estrinsecò pienamente. E ciò potrebbe apparire strano. Nella Roma del XVII secolo, infatti, operava ancora l’Inquisizione. Ciò rendeva questa città il luogo meno adatto alla diffusione delle idee ermetiche, di fatto bandite e condannate dalla Chiesa cattolica. Tuttavia, è proprio nella sede del papato che esisteva un filone tradizionale, ai margini dell’ortodossia e in convivenza con essa, che si interessava, anche praticamente, a questi temi. È il caso del gesuita Athanasius Kircher, con cui Cristina entrò in contatto subendo l’influenza delle sue idee, e del Cardinale Azzolino, con il quale strinse una profonda e duratura amicizia.

Palazzo Riario

Nel 1663 Cristina si stabilì a Palazzo Riario, l’odierno Palazzo Corsini, sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Qui, con la collaborazione del Cardinale Azzolino e di Massimiliano Savelli, proprietario della Villa Palombara (uno degli accessi era la Porta Alchemica che oggi si trova a Piazza Vittorio e costituisce uno dei pochi monumenti alchemici giunti fino ai nostri giorni), Cristina allestì una “distilleria”. Trascorse, tra fuochi e fornelli, molte ore della sua giornata assistendo alla trasformazione dei metalli, alla ricerca della pietra filosofale.

È a Palazzo Riario che la cappella, il laboratorio e i “giardini d’Ermete”, divennero luoghi connessi alla Grande Opera e che la Fenice, uno dei simboli alchemici più significativi per l’eterno rinascere dalle sue ceneri, identificò la personalità di Cristina dopo la sua abdicazione. Nella sua antica camera da letto, dove oggi ha sede la Galleria Corsini, c’è una targa che rispecchia il tratto più saliente della sua personalità:

Nacqui libera, vissi libera e morrò liberata.

E tu, Ape Furibonda, conoscevi la storia di Cristina di Svezia? Se vuoi approfondire ascolta la puntata del podcast di 365 Giorni a Roma a lei dedicata.

Se ho solleticato la tua curiosità per le alchimiste del passato e hai voglia di approfondire questo tema, leggi l’articolo Donne e Alchimia: la scienza è davvero un gioco da ragazze.

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