di Luisa Patta
Care Api furibonde, certe volte le parole ci travolgono. Come un treno in corsa. E non si riesce a metterle da parte.
È per questo che ho deciso di dedicare questo mio articolo a una poetessa che non conoscevo – mea culpa – ma in questi mesi ho deciso di recuperare. Anne Sexton ha scritto versi che ogni donna dovrebbe leggere. Specialmente se scrive, specialmente se alza lo sguardo. Specialmente se esce dal consueto e crede nel potere di ciò che siamo, al di là dei condizionamenti sociali.
Vi presento dunque la protagonista di oggi, Anne Sexton, attraverso i suoi versi.
Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
Magia Nera
quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi ed isole
non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
e ortaggi non fossero abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell’essenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così io son ragazza.
Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se erezioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Come un mobile usato costruisce un albero.
Nell’essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu maschio sei così.
Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l’estrosa abbondanza.


Anne e il rovesciamento del senso comune
Dopo aver fatto parlare i suoi versi, andiamo a conoscere Anne.
Poetessa e scrittrice statunitense (Newton 1928 – Weston, Massachusetts, 1974), approda alla scrittura come forma di psicoterapia dopo lunghi periodi di degenza. Infatti, in concomitanza con la maternità, rimane vittima di gravi squilibri mentali che la accompagnano fino alla morte.
La sua poesia viene definita di tipo “confessionale”, come quella dell’amica Sylvia Plath.
È attraversata dalla tematica dell’assenza e da immagini ricorrenti di morte, non di rado filtrate da un’ironia che addolcisce anche le note più aggressive.
I suoi versi restituiscono la maledizione di una vita tutta giocata tra letteratura e sofferenza psichica, ma ci sono grandi punti di luce nella sua scrittura. Questi si possono riconoscere nella sua grande modernità di pensiero, nella forza di rinnovamento – sia nella forma che nel contenuto della sua poetica – e soprattutto nel coraggio di mostrare la sua verità, oltre il senso comune.
La poetica di Anne, tra immaginario e realtà
Anne capì l’importanza dell’immaginario, il modo in cui chi scrive usa la realtà e l’immaginario insieme.
Molti degli scritti di Anne furono sicuramente non autobiografici, malgrado il senso di realtà che li permea: la definizione delle sue poesie come confessional risulta per questo fuorviante.
Anne usava la conoscenza che aveva dell’umano comportamento – spesso nel dolore, ma a volte nella gioia – per poesie in cui chi leggeva poteva immedesimarsi. Le sue taglienti metafore, i ritmi inaspettati nei suoi versi e la sua abilità nell’includere una vasta gamma di significati nelle singole parole hanno assicurato il successo della sua poetica. Sebbene relativamente breve, la sua carriera fu piena di soddisfazioni e riconoscimenti, grazie al suo talento di scrittura indiscusso.

Le figure femminili nelle poesie di Anne: madri, amanti, nemiche
La ferocia sarcastica e spudorata, senza apparenti freni inibitori, dei vari protagonisti delle scene narrative si condensa soprattutto – e non a caso – nelle figure femminili: madri, figlie, sorelle e amiche.
Tema ricorrente e struggente nella poetica di Anne è l’amabilità femminile e materna irraggiungibile. La figura della madre è al centro di forti contrasti, di cui la Sexton non ci risparmia il tormento nei suoi versi.
M c’è anche spazio per lo scempio – proposto senza giudizio alcuno – che si consuma nei rapporti interpersonali, dove prende luce lo scandalo occulto di una emancipazione della donna avvenuta per avventura, mai compiuta e, forse, mai del tutto consapevole e pienamente desiderata. Ed è questo uno dei nodi più struggenti e contraddittori della condizione femminile, della poesia confessionale di Anne sulle donne e delle donne.
Sexton nella sua poetica rivela anche un compiaciuto erotismo presente in ogni relazione, e soprattutto in quelle filiali o tipicamente sacre (madre, padre, figlie, sorelle), per le quali la società non ammette altro che dedizione e auto-annullamento. Un tema sconveniente, soprattutto per l’epoca in cui la Sexton scrive.
Questo bisogno di autenticità e denuncia sociale senza filtri la porterà ad essere così definita dalla studiosa Mariella De Santis, nel saggio a lei dedicato:
“Imbarazzante emblema di un modello di donna anticonvenzionale proprio perché persistente all’interno di borghesissimi apparati sociali: è moglie di un unico uomo, è madre di due figlie, oculata amministratrice della propria fortuna pubblica. Ma anche tormentata avversaria di sé stessa che nell’alcool, nell’abuso di farmaci, nella passione erotica mai appagante, cerca plaghe di quiete da cui sembra allontanarsi passo dopo passo”
Dal saggio Nel regno delle api – Esperienza, allegoria e limite in Anne Sexton


Il linguaggio sconveniente e necessario
Possiamo considerare queste parole come un ritratto psicologico-letterario della Sexton dal quale lei stessa prova a sfuggire ma in cui, necessariamente, ricade come donna e come artista dell’America degli anni Sessanta. E, probabilmente, senza quelle ossessioni e quelle costrizioni, Anne non sarebbe stata così deflagrante e disturbante.
I linguaggi sconvenienti e necessari, articolati in modo saggio e con un pizzico di dovuta ironia, spesso riportano le espressioni della lingua parlata che aggiungono alla narrazione il livello colloquiale della quotidianità. Ma non solo. Questo tipo di linguaggio è usato da Anne anche per fare una parodia della società del suo tempo, dell’ipocrisia che incontra nella vita di tutti i giorni. Così la poesia diventa politica rivoluzionaria.
Sexton sembra, d’altronde, mossa da un aristocraticissimo desiderio di indipendenza, pur essendo completamente calata in quella borghesia apparentemente benpensante e ben educata che, da sempre, sta stretta ai temperamenti più vivaci e sovversivi.
Qui scatta il corto circuito di Anne Sexton: l’eccesso del dover essere, le aspettative sociali, i canoni eterodossi, i diktat religiosi oltranzisti e qualsiasi altro tipo di imposizione coattiva non possono che accendere la sregolatezza nel genio lungimirante e anticonformista di Anne.
Tra impegno sociale, tematiche intimistiche e religione
Il fervore delle tematiche intimistiche si unisce all’estasi della scrittura, dove disperazione e bellezza, convivono, insieme a pathos lirico ed elementi extrapoetici.
Se il corpo, in particolare quello della donna, è centrale nella poetica di Sexton – un’ossessione mistica, un’offerta continua che crea sofferenza ma non si sottrae all’abuso sociale che si perpetra nei mille modi in cui la collettività osanna la schiavitù del femminile – è dallo stesso corpo che sgorgano vita, estenuazione, morte e i troppi sé che compongono l’individuo.
Il topos della dualità ricorre nei suoi testi emblematici: attesa e apprensione, pazienza e urgenza.
È un Doppio che “prova a uscire”, “mostro di disperazione” e di “Decadenza” che “piange piange piange” ed esige ogni cosa, perfino il sacrificio definitivo, come è stato chiesto al figlio di dio:
“non sono più una donna
di quanto Cristo fu un uomo”.
Per saperne di più, ripercorriamo in breve la vita di questa poetessa eccezionale.
La vita di Anne Sexton: l’infanzia e il legame con la zia
Anne nasce come Anne Gray Harvey, figlia di Ralph Harvey, un industriale di successo nel campo della lana, e di Mary Gray Staples. Crebbe nel confortevole ambiente della middle-class di Weston, nel Massachusetts, e al campo estivo di Squirrel Island nel Maine. Suo padre era un alcolizzato, la madre amava scrivere, ma la sua aspirazione letteraria fu cancellata dalle vicissitudini familiari.
L’infanzia e la sua fanciullezza di Anne non furono serene: sentiva che i suoi genitori le erano ostili e temeva che potessero abbandonarla. Così trovò presto una via d’uscita dalla propria famiglia poco accogliente avvicinandosi a Nana (Anna Dingley), la sua giovane prozia che ha vissuto con loro durante l’adolescenza di Anne. Ma la zia purtroppo si ammalò e il suo ricovero all’ospedale traumatizzò Anne.
Gli studi sbagliati e la maternità
Anne proseguì gli studi nel Michigan, ma non le piaceva andare a scuola. La sua incapacità di concentrarsi e le occasionali disobbedienze spinsero gli insegnanti a insistere affinché i genitori chiedessero un consulto psicologico per la propria figlia. Ma i genitori non si curarono delle problematiche di Anne che, dopo la high school, venne iscritta alla Garland School. Si trattava di una scuola professionale dove, più che altro, si insegnava a diventare mogli e madri perfette. Anne non resistette in questa scuola e dopo un solo anno, alla fine del 1947, fuggì con Alfred Muller Sexton e lo sposò.
Si trasferì a Boston, lavorò per un breve periodo come modella. Poi, nel 1953, nacque la figlia Linda e si manifestarono in Anne i primi segni della malattia mentale.
“Ricordo che ti chiamammo Gioia
per poterti chiamare gioia.
Arrivasti come un ospite imbarazzato
allora, tutta fasciata umida meraviglia
alla mia mammella pesante.Avevo bisogno di te. Non volevo un maschio,
solo una femmina, un topino lattoso di bimba,
da sempre amata, da sempre esuberante
nella casa di sé stessa. Ti chiamammo Gioia.
Io, che non fui mai certa d’esser femmina,
avevo bisogno di un’altra vita,
di un’altra immagine per ricordarmi.
E fu questa la mia più grave colpa;
tu non potevi curarla o lenirla.
Ti ho fatta per trovarmi”

L’incontro con la poesia
In questi anni Anne fece il suo incontro con la poesia e decise di iscriversi al laboratorio di poesia del Boston Center for Adult Education. Responsabile del laboratorio era John Holmes, che ebbe un ruolo fondamentale per la poetica di Anne. Infatti fu proprio la critica negativa di Holmes – insieme alla sua accanita opposizione – a farle comprendere che il suo mondo poetico, pur essendo controcorrente, le apparteneva. Holmes la convinse a continuare sulla strada intrapresa. Intanto, nel 1955, era nata Joyce, la seconda figlia.
Nel 1957 iniziò a frequentare numerosi gruppi di scrittura di Boston e venne così a contatto con scrittori come Maxine Kumin, Robert Lowell, George Starbuck e soprattutto Sylvia Plath.
L’attività poetica di Anne, nella quale sperimenta gli stili più disparati, ebbe larga attenzione da parte della critica e del pubblico, tanto da diventare così una parte centrale della sua vita.
La perdita dei genitori, il disagio psichico e i riconoscimenti letterari
Nel 1959 Anne Sexton perse inaspettatamente la madre e il padre e la fine di questo rapporto, che era stato tanto difficile, portò nella mente della scrittrice ulteriori disagi. La poesia sembrava l’unica via per la stabilità, sebbene l’ambiente artistico la portasse a stringere amicizie che non la aiutavano a stare meglio.
Nel 1960 venne pubblicata la raccolta To Bedlam and Part Way Back, che ottenne buone recensioni, mentre le poesie You, Doctor Martin, The Bells e The double image furono inserite in varie antologie. Proprio alla stregua di altri cosiddetti “poeti confessionali”, come W.D. Snodgrass e Robert Lowell, Anne era capace di convincere i lettori che le poesie fossero un riflesso della propria vita. Non solo la sua poesia era tecnicamente eccellente, ma era pienamente significativa per i lettori di quegli anni che avevano a che fare tutti i giorni con paure e angosce del genere.
Le sue poesie divennero così famose in Inghilterra che furono pubblicate nel Poetry Book Selection del 1964, un’ambitissima selezione poetica.
Arriva il successo: Il Premio Pulitzer e le cattedre universitarie
Nel 1967 Anne Sexton ricevette il prestigioso Premio Pulitzer per la poesia con Live or Die, che si aggiunse ai numerosi premi che negli ultimi anni aveva già ricevuto, a prova della sua grande qualità poetica.
Fu invitata a tenere conferenze ad Harvard e le fu offerta una cattedra alla Colgate University e alla Boston University.
La reputazione di Anne raggiunse l’apice nel 1969 con la pubblicazione di Love Poems, una produzione off-Broadway della sua commedia Mercy Street, e la pubblicazione di poemi in prosa in Transformations (1972). Questo fu il suo lavoro più femminista, la cui grandezza risiedeva nel riuscire a raggiungere diversi tipi di lettore e lettrici, in modo trasversale. La voce di Sexton era ora meno confessionale e più attenta al sociale, più incline a guardare fuori dall’io poetico, verso la vita reale.



L’ombra della depressione
Ma l’apprezzamento dei lettori e delle lettrici era per la Sexton un’arma a doppio taglio. A causa dell’ansia del giudizio e delle aspettative che nutriva nei confronti dei lettori, Anne Sexton era pesantemente dipendente dalla terapia e dagli psicofarmaci. Le continue cadute in depressione, gli improvvisi stadi di trance e insieme i diversi tentativi di suicidio, resero anche i suoi rapporti interpersonali – con la famiglia e gli amici intimi – complicati e conflittuali.
Nel 1973 arrivò a chiedere il divorzio al marito e da allora ci fu un declino nella sua salute e nella stabilità mentale. Entrò in una spirale di solitudine, alcolismo e depressione profonda.
Allontanata da molti dei suoi amici più cari, Anne cominciò ad avere rapporti molto difficili anche con le sue stesse figlie.
Ad aggravare questa situazione, che già provocava in lei molto disagio, arrivò la critica di certi lettori che non apprezzavano le poesie religiose che stava cominciando a scrivere. Diventò così inquieta verso la sua stessa poetica e cercò un nuovo linguaggio artistico per raggiungere il pubblico. Si sforzò di essere una donna di spettacolo e ingaggiò persino un gruppo rock per dare risalto alle sue performance. Ma, nonostante questo, la sua poetica continuò per la propria strada e le poesie nascevano sempre più permeate di spiritualità. Nel 1972 pubblicò The Book of Folly e, nel 1974, The Death Notebooks. Un titolo inquietante e – diremmo ora – tristemente premonitore.
Il drammatico epilogo
Quando, il 4 ottobre 1974, Anne Sexton si spogliò, indossò solo una pelliccia della madre, si versò l’ultimo bicchiere di vodka e poi si chiuse nel garage per suicidarsi con il monossido di carbonio della sua auto, non si lasciava dietro nessuna autobiografia. Il suo tormento e i segreti della sua anima li aveva affidati alle poesie per cui aveva ottenuto nel 1967 il Pulitzer, alle lettere spedite ad alcuni amici, soprattutto al maestro riconosciuto W. D. Snodgrass, alle registrazioni che il suo psicoanalista usava e che mise poi a disposizione di Diane Middlebrook per la sua biografia della poetessa.
Quando si uccise, Anne aveva 46 anni. Era bellissima e pazza, era promiscua e disperata. Come l’amica Sylvia Plath, che si era tolta la vita undici anni prima. L’ombra della morte, la tentazione del suicidio e una metodica autodistruzione erano state sue compagne di ogni giorno e tuttavia, a modo suo, Anne Sexton amava la vita.
Era una donna in frantumi che riusciva a riannodare il filo della sua esistenza spezzata solo scrivendo. Nelle sue poesie c’era di tutto, anche quello di fronte a cui la poesia dell’epoca inorridiva: le mestruazioni e la ricerca di Dio, la masturbazione e l’onnipresenza della morte, il dolore di una figlia maltrattata e quello di una madre incapace di assolvere al proprio ruolo. Non era così che si faceva poesia negli Usa degli anni ’60. Anne siglò una rivoluzione. Fu una delle voci più eminenti e tormentate di quel decennio che capovolgeva il senso comune e le regole come calzini vecchi.

Cosa ci lascia Anne Sexton
Il lascito artistico di Anne è immenso. Nelle sue poesie troviamo la parabola delle sue emozioni, la cronaca del suo inferno che a tratti sapeva diventare paradiso e la verità nascosta dietro il disastro della sua vita. La sua forza poetica era una mente sconvolta ma capace di creare, forse così fertile proprio perché disastrata. Il suo combattimento quotidiano tradotto in versi, per dare voce a quel mondo interiore e segreto così socialmente sconveniente.
Una donna che solo grazie alle parole riusciva a dare un senso alla propria vita e di adoperare l’empatia per fare proprie le sue emozioni sfuggite a ogni controllo, i suoi pensieri frammentati, la sua solitudine. Nei suoi versi restano marchiati il suo grande tormento e la forza espressiva di un’intera generazione di artiste che forzavano i limiti imposti alle donne, anche alle più estrose. Per prendere dimestichezza con una libertà che doveva ancora arrivare.
“Siate cauti con le parole,
anche con quelle miracolose.
Per le miracolose facciamo del nostro meglio,
a volte sciamano come insetti
e non lasciano una puntura ma un bacio.
Possono essere buone come dita.
Possono essere sicure come la roccia
su cui incolli il culo.Ma possono essere margherite e ferite.
Io sono innamorata delle parole.
Sono colombe che cadono dal tetto.
Sono sei arance sacre sedute sul mio grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, il suo volto appassionato.Ma spesso non mi bastano.
Ci sono così tante cose che voglio dire,
tante storie, immagini, proverbi, ecc.Ma le parole non sono abbastanza buone,
quelle sbagliate mi baciano.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali di un passero.Ma cerco di averne cura
e di essere gentile con loro.
Le parole e le uova devono essere maneggiate con cura.
Una volta rotte sono cose impossibili da aggiustare.”
Con la bellezza di questi versi finisce il nostro viaggio nella poetica di Anne Sexton.
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