Senzatetto Modesta Valenti

Un nome: Modesta Valenti

di Valentina Evangelista

La prima volta che lessi il nome Modesta Valenti fu sulla carta d’identità di un ragazzo presentatosi allo sportello dell’Help Center della Stazione Termini di Roma, dove parecchi anni fa prestai Servizio Civile Volontario. Il ragazzo in questione aveva l’aria stanca e mi chiedeva informazioni sulla mensa più vicina da raggiungere. Il ragazzo si chiamava Michele, aveva la mia età ed era un senzatetto. A separarci non era solo il tavolo sul quale entrambi posavamo mani che raccontavano moltissimo di noi, ma un’esistenza intera. Via Modesta Valenti era il suo indirizzo di residenza.

Modesta Valenti, una senzatetto

Modesta Valenti era una senzatetto, la sua “residenza” abituale era la Stazione Termini di Roma. La mattina del 31 gennaio del 1983, dopo una nottata molto rigida trascorsa in strada, ebbe un malore e i passanti allertarono i soccorsi. Era sporca e aveva i pidocchi: queste le motivazioni per le quali il personale dell’ambulanza rifiutò di prenderla a bordo per condurla in ospedale. Di quel giorno si sa poco e, forse, si tenta di ricordare ancora meno. Sembra che trascorsero diverse ore di assurdi rimpalli burocratici tra il 118 e i Servizi Sociali. L’unica cosa certa è che nessuno si prese cura di una donna anziana e in grave difficoltà che si chiamava Modesta Valenti. Morì sola e nell’indifferenza tra il viavai dei binari della Stazione Termini.

Foto di Gianfranco Liccardo

Modesta Valenti e l’invisibilità

Di Modesta Valenti e della sua invisibile esistenza si conosce molto poco, quelle disponibili sono informazioni insufficienti a tracciarne anche il più superficiale dei ritratti. Si sa che era originaria di Trieste. Visse in un quartiere borghese conducendo per un certo tempo una vita che, impropriamente, si sarebbe portati a definire “normale”. Sarebbe stata pesantemente segnata da un ricovero in ospedale psichiatrico e da trattamenti sanitari traumatizzanti. Non si sa quando né perché, da Trieste, si spostò a Roma. Quello che Modesta Valenti raccontò in più occasioni a quanti tentarono di conoscerne meglio la storia era il suo grande desiderio di incontrare Papa Giovanni Paolo II.

Modesta Valenti muore, una città apre gli occhi

Alla fine del 1982 Modesta Valenti fu intercettata a Roma, nei pressi della Basilica di Santa Maria Maggiore, a due passi dalla Stazione Termini, dai volontari di Sant’Egidio, la Comunità fondata nel 1968 a Roma per iniziativa di Andrea Riccardi e all’epoca non ancora attiva nell’accoglienza dei senzatetto. Al momento della sua morte Modesta Valenti non aveva documenti con sé e trascorsero molti mesi perché fosse possibile procedere alla sua identificazione. La Procura della Repubblica di Roma dispose il sequestro della salma e aprì un’inchiesta. Celebrarono il funerale presso la Basilica di Santa Maria in Trastevere il 28 dicembre 1983.  

Dalla morte di Modesta Valenti la Comunità di Sant’Egidio iniziò a pensare e a strutturare il suo impegno a favore delle persone senza fissa dimora. Nacque, presso le Stazioni di Roma, il cosiddetto “giro del martedì”, la distribuzione di cibo, bevande calde e coperte, ma soprattutto il servizio di ascolto del disagio presente in stazione. Nel 1988 fu aperta la mensa di Via Dandolo e, successivamente, vennero create alcune strutture volte a fronteggiare l’emergenza alloggiativa.

Via Modesta Valenti

Foto di Gianfranco Liccardo

Il 27 febbraio 2002 a Roma nacque una nuova via intitolata a Modesta Valenti. Non si tratta di una strada reale, ma di un indirizzo virtuale. La Giunta Comunale deliberò, infatti, l’istituzione di Via Modesta Valenti quale “indirizzo anagrafico convenzionale” per le persone senza fissa dimora della città di Roma. Questa residenza fittizia venne concessa per tutelare i diritti di cittadinanza e per garantire l’accesso a prestazioni e servizi altrimenti negati ai senza fissa dimora. L’odonomastica, in questo, come nel caso di Via Mariano Tuccella a Bologna o di Via Alfredo Renzi a Napoli, ricorda i senza fissa dimora morti in tragiche circostanze. Fa molto riflettere sull’invisibilità come condizione esistenziale, ma anche come causa di grave esclusione sociale.

Modesta Valenti, una targa, un segno tangibile

Dal 2014, presso il binario 1 della Stazione Termini, c’è una targa commemorativa:  “In memoria di Modesta Valenti, anziana senza dimora simbolo delle persone che vivono per strada, morta in questo luogo il 31 gennaio 1983: la città di Roma la ricorda perché nessuno muoia più abbandonato”. Modesta Valenti divenne il segno tangibile degli “invisibili” che ogni giorno trovano rifugio nelle Stazioni del nostro Paese.

Foto a sinistra di Gianfranco Liccardo

A distanza di quarant’anni dalla sua morte, nell’accoglienza e nel recupero sociale delle persone senza fissa dimora che gravitano in questo complesso “territorio di frontiera” che sono le Stazioni, sono stati compiuti passi importanti. Il Gruppo FS Italiane ha offerto parte del proprio patrimonio immobiliare per realizzare Centri di accoglienza dando vita, insieme ai Comuni e alle principali Associazioni di volontariato, agli Help Center con l’obiettivo di intercettare e prendere in carico le persone più svantaggiate. Stessa finalità hanno “Binario 95”, polo sociale di accoglienza e supporto per persone senza dimora, finanziato da Roma Capitale in locali concessi in comodato d’uso gratuito da Ferrovie dello Stato Italiane alla cooperativa sociale Europe Consulting Onlus, che offre un articolato e fondamentale sistema di servizi rivolti ai più fragili, e il “Piano emergenza freddo” promosso da Comunità di Sant’Egidio, Caritas Ambrosiana, Caritas Romana e Associazione Centro Astalli.

Modesta, una piccola ape furibonda

Sono quarant’anni che Modesta Valenti è morta, da sola, in una stazione. Spesso mi viene in mente che un nome non capiti mai a caso. Di modesto, questa donna non ebbe solo il nome ma anche l’esistenza che, per ragioni sconosciute, le toccò in sorte. In questo blog, dove donne raccontano altre donne, quella di Modesta Valenti mi sembra una storia significativa da ricordare e sulla quale riflettere. Ascolto e leggo spesso di donne che, dopo storie difficilissime ed esperienze provanti, hanno avuto la capacità di reagire e di rialzarsi inaugurando un’esistenza nuova, spesso addirittura migliore, della precedente. Ma credo che, altrettanto spesso, la capacità e forse anche il desiderio, di rialzarsi sia sostenuto dalla fortuna di disporre di mezzi, o almeno dall’avere dalla propria la mano tesa di qualcuno.

Modesta Valenti questa fortuna non la incontrò, alla sua caduta non seguì la rinascita di cui sarebbe confortante scrivere e neppure l’aiuto di chi scelse consapevolmente di voltarsi dall’altra parte. Modesta Valenti fu, a tutti gli effetti, un’ape furibonda, come quella dei toccanti versi di Alda Merini che hanno ispirato il titolo di questo blog. Di lei restano un nome, una residenza virtuale e una targa commemorativa. Ma, forse più di tutto, rimane l’amara consapevolezza che nelle pieghe buie dell’esistenza, il più delle volte, è davvero insopportabile guardare.

E tu, Ape Furibonda, avevi mai sentito parlare di Modesta Valenti? Qual è la tua esperienza con il mondo del volontariato nella tua città?

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