Suaad Genem: una testimonianza di coraggio

di Mariapaola De Santis

Ogni storia porta con sé il potere del cambiamento. Alcune sono così struggenti, da trascendere il tempo e lo spazio, diventando il simbolo di una lotta universale. Questa è la storia di Suaad Genem, una donna palestinese che, attraverso la sua esperienza di prigionia, di tenacia, di coraggio, ci ricorda cosa significa combattere per la libertà e per i diritti. Ma come tutte le storie, si parte sempre dal principio.

Sono nata il 15 marzo 1957, in un villaggio a sud di Haifa, sulla montagna del Karmell, in Palestina, in una famiglia molto libera. Abbiamo compreso la libertà di esseri umani. Mio nonno era sufi. È una spiritualità dei musulmani mistica che crede nella libertà di donne e di uomini, nella fratellanza tra la donna e l’uomo. Si può essere amici, il concetto di gender non esiste. Mio nonno aveva una biblioteca. Ho letto tantissimo e sono cresciuta come un’anima libera, curiosa, desiderosa di imparare, sin da quando ero piccola. Poi sono andata a studiare ad Haifa e lavoravo nei kibbutz, campagne in piccoli paesini oggi confiscati dagli israeliani. Dopo il liceo ho deciso di venire a studiare legge in Italia, ma nel mio villaggio ho sempre svolto attività culturali.

La prigione: uno spazio di resistenza

Suaad Genem ripercorre la sua esperienza di prigionia, nel 1983. All’epoca, studentessa di giurisprudenza a Bologna, torna a Haifa per visitare la famiglia e viene brutalmente arrestata. Racconta di essere stata bendata e picchiata in un sotterraneo durante interminabili interrogatori, spesso accompagnati da torture ed atrocità. L’odore dei gas, la violenza subita, le umiliazioni, restano incise nella memoria. La violenza fisica è stata estrema, ma, come testimonia Suaad, è la tortura psicologica a lasciare i segni più profondi.

Nonostante le sofferenze fisiche e psicologiche subite, Suaad è riuscita a mantenere la sua dignità, trasformando il suo dolore in una forza che ha alimentato la sua lotta per la giustizia. Ha raccolto in un libro questo suo doloroso vissuto Il racconto di Suaad. Prigioniera palestinese (Q Edizioni).

Raccontando l’esperienza nelle prigioni israeliane c’è una parola che usato tantissimo: sumud che vuol dire: resistenza, emancipazione, resilienza, perseveranza. Tutte queste parole assieme sono sumud. Come donna sono stata esposta a questa tortura. Non ho pensato alla morte, ma ho resistito pensando alla libertà. Questa voglia di vivere, di uscire dal buio. Di vedere la luce, una luce che parte da dentro di me e viene da me.

Con una voce che non cerca compassione ma giustizia, Suaad descrive in modo crudo e dettagliato come, insieme alle sue compagne di cella, abbia affrontato vessazioni di ogni tipo. Non solo venivano colpite nel corpo, ma anche nell’anima, con l’intento di annullare la loro identità, la loro dignità, la loro volontà. La prigione non era solo un luogo di detenzione, ma un campo di battaglia, dove le donne lottavano per mantenere la loro umanità.

La solidarietà tra donne: una forza invisibile

Se c’è un aspetto che emerge con prepotenza dalla storia di Suaad, è la solidarietà tra donne. In prigione, ogni compagna di cella diventa una sorella.  È attraverso questa rete di affetto e supporto che le donne riescono a resistere, a sopravvivere, a non lasciarsi spezzare. È qui che emerge la vera forza di queste prigioniere: la capacità di trasformare un’esperienza disumanizzante in un’occasione di resistenza collettiva. Per Suaad e le altre detenute, lo studio e la lettura diventano strumenti di riaffermazione di sé, di dignità. Nonostante i tentativi delle guardie di privarle dei libri, queste donne trovano sempre il modo di far circolare la conoscenza, traducendo giornali o copiando testi sui muri. L’istruzione diventa un atto di ribellione contro un sistema che cerca di annientare le loro menti, oltre che i loro corpi.

Noi come donne vivevamo una prigione grandissima. Quando sono stata faccia a faccia con questi muri, con questi uomini che mi hanno torturata, mi sono sentita più donna. Nonostante tutto quello che mi hanno fatto, mi sono sentita fortissima, mi sono sentita libera. Difronte a me hanno fallito.

Il dopo prigione, l’attività culturale ed il supporto alle donne

Dopo la sua liberazione, Suaad decide di dedicare la sua vita alla causa palestinese e alla difesa dei diritti umani. Vive in Inghilterra, dove ha conseguito un dottorato in Giurisprudenza sui Diritti Umani, dove fonda diverse organizzazioni per il supporto alle donne e alla cultura palestinese, come Devon United Women e l’associazione Ziet & Za’ater. Ha un figlio che studia musica. In numerosi incontri, in giro fra l’Europa e l’Italia, racconta la sua storia ed incontra le donne.

Da Pisa a Palermo, in Abruzzo, ho incontrato centinaia di donne. Insieme abbiamo riflettuto su come si è evoluta la condizione femminile in Italia, il concetto di femminismo, di emancipazione, da quando me ne sono andata negli anni Novanta. Questi incontri hanno avuto molto successo perché da parte delle donne c’è proprio l’esigenza di incontrarsi per affrontare i temi del lavoro e della retribuzione. Non deve esistere la parola fallimento nel nostro vocabolario. La donna deve sempre provare, deve anche rischiare per riuscire a realizzarsi.

Nonostante la libertà fisica, il tema della prigionia la accompagna costantemente. Suaad Genem non è solo una testimone, ma anche un simbolo di perseveranza. Nel 2020 torna in Cisgiordania e vede con i suoi occhi come la situazione non sia cambiata. Il suo impegno per la libertà e i diritti umani è più forte che mai, e oggi, come allora, continua a lottare, per tutte le donne e gli uomini palestinesi che cercano di sopravvivere alla morte ed alla distruzione.

La forza della scrittura: un’arma contro l’oblio

Attraverso la scrittura, Suaad Genem riesce a dare voce a un’esperienza che molti cercano di dimenticare o ignorare. La sua testimonianza diventa un atto di resistenza, un richiamo alla giustizia, un invito a non voltare lo sguardo di fronte alla sofferenza di un popolo intero. Le sue parole sono un inno alla dignità umana, un grido di ribellione contro l’ingiustizia, un manifesto di speranza per le generazioni future.

Io spero in una pace permanente, la realizzazione di uno stato unico che consenta a tutti di vivere in armonia. Per tutte le donne che siano palestinesi o ebree, soprattutto per coloro che hanno conosciuto l’oppressione, io mi auguro un futuro uguale di uguaglianza.

Il messaggio che Suaad ci lascia è chiaro: nonostante tutto, nonostante le torture, le umiliazioni e la prigionia, l’essere umano può resistere. E, soprattutto, può trasformare il dolore in una forza straordinaria, capace di ispirare il cambiamento e la giustizia.

Suaad Genem non è solo una prigioniera palestinese, è una donna che ha scelto di non arrendersi, di non piegarsi. Una donna che, con il suo coraggio e la sua forza, ci insegna a non arrenderci.

La sua storia, ora più che mai, merita di essere condivisa da voi, Api furibonde.

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