Maria Corno

Maria Corno e la filosofia del cammino

di Mariapaola De Santis

In un mondo sempre più frenetico, il cammino è diventato per molti una pratica di riflessione e crescita personale, ma al tempo stesso infarcita di stereotipi e luoghi comuni che abbiamo abbandonato con Maria Corno.

Nata a Lecco e tornata a vivere lì dopo oltre trent’anni trascorsi a Milano, Maria ha avuto una vita professionale ricca e varia: insegnamento, progetti educativi, progettazione grafica, editoria, scrittura, canto e sviluppo vocale, oltre al corpo e movimento come Educatrice al Movimento Somatico. Da circa quindici anni, ha sviluppato un interesse crescente per il cammino, praticandolo come viandante e pellegrina di lungo corso, e svolgendo anche il ruolo di ospitaliera volontaria e testimonial del cammino come pratica di trasformazione.

Le sue esperienze di cammino l’hanno portata attraverso l’Italia, la Francia, la Spagna, l’Albania, la Macedonia, la Grecia, la Turchia e il Giappone, seguendo le rotte di antichi pellegrinaggi e oltre.

Le origini del cammino

Per Maria, il camminare è un’esperienza di profonda trasformazione che coinvolge il corpo, la mente, le emozioni e le relazioni. La sua visione del camminare si inserisce nella grande tradizione spirituale dei pellegrinaggi antichi, ma con un approccio contemporaneo, universale e laico, che abbraccia la curiosità verso altre culture e percorsi di viandanza fuori dai cammini classici, sulle strade di tutti.

La mia passione per il cammino ha una storia lunga. Sono nata e cresciuta a Lecco, sul lago di Como: un luogo circondato da montagne dove è sempre stata viva la passione per l’alpinismo e l’escursionismo. Da piccola, la domenica mio padre mi portava in montagna con i miei fratelli. Ho imparato a camminare così, e poi ho continuato a praticare l’escursionismo, da ragazza con gli amici, da adulta con mio marito e mia figlia. Anche in città, dopo il mio trasferimento a Milano dove ho vissuto molti anni, ho sempre amato camminare. Non ho mai posseduto un’automobile, mi sposto con i mezzi pubblici e a piedi. Non c’è intoppo, non c’è confusione – nelle relazioni, nei pensieri, nelle piccole o grandi questioni della vita – che non trovino per me maggior chiarezza dopo una bella camminata a passo svelto. Poi è accaduto che in un momento specifico della mia vita, a cinquantaquattro anni, mia figlia partita per l’università all’estero, un rapporto di lavoro finito anzitempo in modo imprevisto, si è aperto lo spazio per un lungo cammino a piedi: vagheggiato, forse coltivato da sempre in un angolo dei miei sogni, e poi all’improvviso possibile. Accade a molti tra coloro che si mettono in cammino: una svolta biografica che regala un tempo lungo tutto per sé, per riepilogare, integrare, riprendere un filo, accompagnare un cambiamento…
E dunque sono partita: 1500 chilometri dalla Francia a Santiago e Finisterre in cinquanta giorni di cammino. E ho scoperto che cosa accade nel corso di un lungo cammino, che è esperienza ben diversa dall’escursionismo: diversi gli obiettivi, le modalità, le attitudini, e soprattutto diversi i tempi. Ho scelto per il mio primo cammino lungo una classica via di pellegrinaggio a Santiago, e ho fatto bene. Nonostante il sovraffollamento e la “commercializzazione” attuali quel percorso rimane la madre di tutti i cammini, e per me è stato luogo di iniziazione. A quel primo cammino ne sono seguiti tanti altri: sulle vie storiche e di pellegrinaggio in Spagna, Portogallo, Francia, Italia, ma sono anche andata a piedi a Istanbul da Durazzo e recentemente da Venezia attraverso i Balcani, ho attraversato la Turchia, ho camminato in Giappone sul cammino degli 88 templi dell’isola di Shikoku. Cerco di fare un lungo cammino ogni anno: è una questione di “igiene” psicofisica.
 

Attraversare luoghi diversi significa anche instaurare un rapporto unico con ciascuno di essi. Ogni paesaggio, ogni sentiero, racconta una storia e lascia un segno indelebile nell’anima del camminatore.

 
Andare a piedi permette una relazione con i luoghi del tutto peculiare e inusuale. A piedi si va piano, circa quattro chilometri in un’ora, e questo inaspettatamente dilata il tempo e rende vivo ogni istante. Andando piano non si vede di meno, al contrario si vede, ma soprattutto si vive di più.
A piedi ci si muove con il corpo, passo dopo passo, e il corpo riprende un ruolo di primo piano che riequilibra il rapporto con la mente: si risvegliano modalità di relazione con il mondo normalmente addormentate, si accendono i sensi e l’intuizione: si pensa di meno e si sente di più. Un aforisma che circola tra i pellegrini e che mi è molto caro recita: “il turista visita, il pellegrino è visitato”. La lentezza, il primato del corpo predispongono all’ascolto: per chi va a piedi il mondo parla e rivela il meraviglioso nascosto nelle cose anche apparentemente più umili. E allora i luoghi parlano, rivelando la propria anima, il genius loci; parlano le vie, non più meri “intervalli” tra una meta e l’altra, e raccontano storie; parlano le pietre, gli alberi, le forme del territorio; e le persone, naturalmente, con cui il camminante, totalmente esposto agli incontri, ha tutto l’agio di scambiare un saluto o un discorso, o condividere un pezzo di strada.
Per tutto questo, in cammino si instaura una relazione gentile con i luoghi che si attraversano, improntata a un rispetto amorevole; e anche, va sottolineato, non predatoria: a differenza di molte forme di turismo che “consumano” il territorio, nel camminare l’unica cosa che si consuma è la suola delle scarpe. 

Il cammino è cambiamento e trasformazione. Per Maria Corno gli imprevisti lungo il percorso sono occasioni di crescita e apprendimento, molto più di quanto possano esserlo i momenti prevedibili.

In cammino ciascuno rimette in qualche modo in movimento la propria storia: passo dopo passo, giorno dopo giorno, emergono pensieri, ricordi, emozioni. Nel camminare questi si trasformano, grazie ai fenomeni descritti sopra che accendono nuove facoltà del corpo-mente, nuove possibilità di relazione con sé stessi e con il mondo. Nel mio libro dico: “Si cammina fuori per camminare dentro”. In cammino inoltre, soprattutto in un lungo cammino solitario, ciascuno si mette alla prova, non nel senso di sfidarsi ma semplicemente di esporsi alle esperienze: e allora ogni cosa che accade ti rivela, come in uno specchio, qualcosa di te, piacevole o spiacevole, e ti insegna. Ed è vero, sono soprattutto gli eventi inaspettati, le cose “che vanno storte”, le situazioni in cui non sappiamo che pesci pigliare (ma poi una via d’uscita la si trova sempre) che ci mostrano chi siamo e ci insegnano: purché accettiamo di attraversarle, di guardarle, come il cammino, maestro nell’arte dell’ascolto, insegna a fare. Un altro fattore di trasformazione è che il cammino è un’occasione straordinaria per praticare modelli di vita diversi dal solito, per abbandonare pigre zone di comfort mentale: abbandonare, sia pure temporaneamente, le proprie sicurezze “stanziali” per praticare il nomadismo, abbandonare il “troppo” che affolla le nostre vite per abbracciare la frugalità, l’essenzialità, abbandonare i pregiudizi sociali per aprirsi in modo appunto “spregiudicato” agli incontri e ai diversi da noi… Dante dice “è peregrino chiunque è fuori della sua patria”: ecco, le potenzialità di trasformazione di un cammino stanno proprio in questo essere fuori dalla propria “patria”, che mi piace interpretare come fuori dai modelli correnti, dalle ansie, dalla fretta, dalle pretese, dai pregiudizi che affollano le nostre vite quotidiane.
Naturalmente, affinché il camminare diventi esperienza di cambiamento occorre tempo: non basta la gita di un fine settimana e nemmeno a mio parere una settimana di cammino. Per questo ho dedicato proprio un capitolo del mio libro a un “Elogio dei cammini lunghi”.
Il libro

Maria Corno ha scelto di raccontare storie e pensieri, dalla filosofia alla pratica, di una viandante pellegrina, nel suo libro Quando cammino canto (Ediciclo editore).

Ho sentito l’esigenza di provare a raccontare che cosa accade a chi intraprende un lungo cammino. La domanda a cui vorrei dare risposta è: qual è oggi il senso di mettersi in cammino su lunghe distanze? Perché un numero crescente di persone sente il bisogno di riscoprire una pratica così apparentemente anacronistica? Ho voluto costruire una sorta di “fenomenologia” del camminare toccando i numerosi e diversi aspetti di una pratica cosi semplice ma così ricca di implicazioni: passando dalla “filosofia” alla pratica, come recita la copertina; parlando di cura dei piedi, dello zaino e del nomadismo, del tempo con considerazioni quasi filosofiche, di rapporto corpo-mente, dei sensi, degli incontri, delle vie, del significato della meta, delle tradizioni, tuttora vive, sulle antiche via di pellegrinaggio, e di tanto altro. Cercando soprattutto di mettere in luce ciò che recita il sottotitolo, e cioè “il cammino come esercizio di trasformazione”. Non ho voluto fare un diario, sebbene il libro si basi sull’esperienza dei miei lunghi cammini, né una mera opera di considerazioni teoriche avulse dall’esperienza. Quando cammino cantoha un andamento monografico – ogni capitolo un tema, da non leggersi necessariamente nell’ordine proposto – in cui alterno riflessioni e racconti, passando da un registro all’altro, dall’aneddoto alla filosofia o alla divulgazione, quasi sempre partendo da un vissuto per condividere con il lettore le riflessioni che quell’esperienza ha suscitato. Inoltre, poiché raccontare storie è troppo bello e per il desiderio di portare con me il lettore nel vivo del fenomeno “cammino”, ho voluto intervallare i capitoli con intermezzi, li ho proprio chiamati così, narrativi, cioè in cui racconto aneddoti legati al tema del capitolo che li precede: Storia di un paio di calze, Storia di un pellegrino veloce, Storia di una meta mancata…

Maria Corno, con una prospettiva tutta femminile, delinea una visione multiforme e ricca di sfumature, uno sguardo personale sulla filosofia del cammino.

Quando cammino canto non è un diario, come ho detto, ma contiene molto di me: le mie esperienze, i miei pensieri, le mie emozioni e anche la mia storia, che è la storia di una donna e madre che in età matura si regala il tempo di un cammino lungo che la porta a far entrare il cammino nella sua vita come strumento privilegiato per indagare insieme il mondo e sé stessa.
Penso emergano dai miei racconti e riflessioni i segni di una biografia femminile, a partire proprio dall’episodio che sta all’inizio di tutto, quel cruciale passaggio che ogni madre matura conosce, e cioè il momento in cui i figli lasciano il nido regalando improvvisamente alla madre un tempo (finalmente?) vuoto: momento di crisi biografica ma anche di inaspettate possibilità. Inoltre trovo che anche il registro scelto esprima una forma di pensiero femminile: ho voluto mescolare liberamente pensieri, teorizzazioni, racconti, stralci biografici, espressione di emozioni proprio con l’intenzione di comunicare pensieri che originano insieme dal corpo e dalla mente, parole incarnate e non avulse dalle emozioni. Che è poi ciò che accade in cammino, la forma mentis – o meglio il modo di vivere – che si acquisisce in cammino, dove si passa tranquillamente dalla cura dei piedi alla preghiera, al discorso filosofico, alla risata, al pianto, all’abbraccio… Da questo punto di vista a me pare che il cammino sia un’esperienza affine al femminile, richiede e attiva sensibilità, competenze, attitudini che definirei “femminili”: l’ascolto di sé e del mondo, la cura del corpo, la disponibilità alle emozioni, la resilienza giorno per giorno più che l’eroismo della grande impresa. Mi spingo a dire che forse l’anima del cammino è femminile. Il che non esclude gli uomini, che possono ovviamente coltivare, e il cammino li aiuta a farlo, le attitudini ricordate sopra!
Aggiungo che c’è tanta bella energia femminile sui cammini: ragazze che si cimentano con fiducia per esplorare la propria forza, tante donne mature che partono da casa per raggiungere mete lontane.

Ogni viaggio porta con sé lezioni preziose. Maria ha condiviso cosa ha imparato lungo i suoi percorsi, dalle sfide affrontate alle scoperte fatte lungo il cammino.

Il cammino mi ha insegnato tante di quelle cose che ho dovuto scriverci sopra un libro per cercare di dirle tutte! Ma se voglio sceglierne una, è la fiducia. Il camminare giorno per giorno, passo dopo passo, che insegna a vivere intensamente ogni momento, ad assaporarlo, ad accoglierlo, apre le porte al sentimento della fiducia. Poiché scevro da inutili pre-occupazioni per il futuro, ripulito dal chiacchiericcio ossessivo e ansioso della mente, ogni istante, ogni accadimento rivela il proprio senso.
E in questa semplice apertura al mondo e a sé stessi, ogni intoppo trova la risorsa per scioglierlo, 
ogni problema la sua soluzione: che forse non è quella che avevamo immaginato, ma tanto di guadagnato! Come si diceva, è proprio dall’inaspettato, dal sorprendente che c’è da imparare.
 

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