Caterina De Boni - A passo di pecora

“A passo di pecora” con Caterina De Boni

di Mariapaola De Santis

È immerso tra le montagne di Cortina d’Ampezzo e le distese a perdita d’occhio delle pianure friulane, il racconto di un intero anno trascorso a piedi, con mille pecore, un fido cane e la melodia di una fisarmonica. Un’ode alla resilienza.

Nel suo libro, A passo di pecora (Ediciclo Editore), Caterina De Boni, pastora transumante, porta la sua testimonianza di vita, di un presente che sfida il tempo.

Mi racconta la sua storia e mi conduce, con le sue parole, con le sue emozioni, con quello che rappresenta la sua quotidianità in un universo nascosto, ancora pulsante di vita.

La sfida del tempo

Caterina racconta la sua storia di pastora transumante, il suo viaggio. Il viaggio di un passato che affronta il presente, senza paura.


Farebbe comodo a diverse persone pensare che noi pastori siamo solo un pezzo da museo, da osservare da lontano con la nostalgia dei tempi passati. Farebbe comodo a chi ci vuole tutti schedati, omologati, “monoculturati”, dove con questo termine intendo sia la mono-cultura del pensiero, che la mono-coltura agricola. Farebbe comodo a chi da fastidio l’odore delle pecore quando passiamo per le strade. Farebbe comodo a chi vorrebbe imporci i suoi prodotti di importazione. Mi dispiace per loro, ma noi pastori siamo tanti e siamo forti. Le donne pastore sono molte di più di quelle che sembrano, in quanto semplicemente non si notano, perché non tutte si mettono a scrivere libri come ho fatto io. Comunque sul web ci sono tante donne pastore che si raccontano.
Tutto è partito da una passione, quella per la pastorizia, e un’attitudine al lavoro, al sacrificio. Non mi è mai piaciuto ottenere le cose facilmente. Ho sempre sentito il bisogno di partire dalla terra per avere di che vivere. La terra è l’unica cosa che ci è rimasta. Il mezzo più sicuro per assicurarci la sopravvivenza anche in caso di crisi economiche, guerre, epidemie e quant’altro. Tanti mi dicono che vorrebbero fare il pastore per sentirsi liberi. Non è stato il mio caso. Io non ho una vita libera, tutt’altro.

La fisarmonica

Uno dei simboli di questo viaggio è la fisarmonica, testimone dell’amore di Caterina per la musica:


Sento il legame con la musica tanto quanto quello con il mondo della pastorizia. Sono figlia di un musicista di strada metà scozzese e metà irlandese, e forse il suonare è anche un modo per mantenere un legame con le mie origini. A dieci-undici anni già componevo ballate al pianoforte che avevano un che di celtico, senza mai aver ascoltato questo genere di musica in vita mia.
I miei maestri di musica mi spronavano a studiare composizione, a diplomarmi. Ci ho provato per un po’ a studiare al Conservatorio, ma non era la mia strada. Come dissi anni fa alla regista Anna Kauber, mentre mi intervistava per il film “In questo mondo”, all’inizio le pecore mi hanno salvata dalla musica, a significare che la carriera di musicista professionista non faceva per me, che avevo bisogno di vivere a contatto con la natura e con gli animali, con i piedi ben ancorati a terra. Ora, dopo 15 anni di pastorizia, posso affermare che la musica mi ha salvata dalle pecore. Nel senso che la musica mi permette di esprimere quello che ho dentro, mi permette di socializzare, di evadere dal tran tran quotidiano della vita al pascolo, che comporta un certo grado di stress sia mentale che emotivo. Nel mio libro c’è tanta musica, una sorta di colonna sonora della transumanza fatta di canti popolari, ballate, ma anche testi impegnati come quelli di Francesco Guccini. Attraverso la musica sono entrata in sintonia con le diverse persone che ho incontrato lungo le vie della transumanza.
L’anarchia

Nel libro A passo di pecora Caterina mette in luce un aspetto di questa realtà, che seppur poco conosciuta fa parte della nostra identità collettiva.


Ho voluto mettere in luce l’anarchia, intesa non come mancanza di regole, ma al contrario, come capacità di darsi delle regole senza che esse vengano imposte dall’alto. Regole dettate dal buon senso, dai bisogni degli animali e dai criteri imposti dalla natura. Una natura che non è meravigliosa e romantica, ma una natura così com’è, a volte crudele, a volte generosa.

Non è stato facile scavare dentro di sé, mettere a nudo aspetti della sua vita difficili, molto personali, episodi che magari qualcuno avrebbe tenuto per sé. Mostrare le proprie fragilità.

Se non avessi raccontato io questa storia, l’avrebbe fatto qualcun altro, e sarebbe stato peggio. Non ho mai avuto timore di mostrarmi per quello che sono. Sono una donna, non sono una santa, citando una famosa canzone.
Il ritmo della quotidianità

Attraverso le pieghe della quotidianità, le abitudini, le passioni di Caterina.

Le bestie non le mungo per cui non devo alzarmi così presto. La prima cosa che faccio la mattina è preparare mia figlia per la scuola. Poi mi dedico alle pecore o sbrigo faccende domestiche o sistemo scartoffie burocratiche, a seconda del periodo dell’anno. D’estate fino a fine ottobre-metà novembre sono abbastanza indaffarata con il pascolo degli animali, perché dobbiamo dividere il gregge e una parte viene affidata a me, mentre durante i mesi invernali ho un po’ più di libertà. In genere d’inverno mi dedico di più alla burocrazia, oltre che alla musica e alla lavorazione della lana. D’inverno cucino tanto. Approfitto della stufa a legna perennemente accesa per preparare sughi, stufati, bolliti e quant’altro che poi porto sul campo ai pastori. Dedico anche molto tempo alla mia bambina, la aiuto con i compiti, la porto a fare sport, eccetera. Le insegno anche a suonare. Non c’è nessuna carriera (anche da pastora) per la quale valga la pena sacrificare il tempo dedicato ai figli. Il bello della vita che ho scelto è che posso gestire bene il mio tempo per non fare mancare nulla alla mia bambina. Mia figlia la porto con me dalle pecore, quando non è a scuola. L’ho l’ho sempre fatto, fin dai primi mesi di vita della piccola.
E poi ci sono le mie passioni: la musica, la lavorazione della lana di pecora. Trovo il tempo per dedicarmi anche a queste cose. E anche per andare a bere un bicchiere di vino all’osteria con i miei amici pensionati, che tanto hanno da raccontarmi della loro vita e tanto ho da imparare dalle loro esperienze. E in cambio regalo loro una canzone suonata con la fisarmonica, magari quelle di una volta che non si cantano più, che ho imparato a orecchio dai vecchi o dai manoscritti che ogni tanto trovo in qualche soffitta.
Guardare oltre

Caterina racconta senza luoghi comuni, senza stereotipi, senza immagini bucoliche che cosa significhi fare la pastora, ma come sia poi necessario reinventarsi, per necessità, a causa di un lavoro che fa subire al corpo il logorio del tempo.

Ho fatto diverse esperienze lavorative e formative. Sono laureata in Tecniche Erboristiche, ho studiato musica. Nulla è definitivo. Per fare il pastore transumante bisogna essere sani e forti, e ci vuole un certo grado di incoscienza. I rischi sono tanti. Specialmente per noi donne la vita da pastora è dura e logorante. Anche a livello mentale. Ti confronti con la vita e con la morte quotidianamente. Come ho sentito dire una volta da Reinold Messner, per chi affronta la natura, la morte è una possibilità. Devi affrontare situazioni spesso da sola e solo con le tue gambe e le tue braccia. Hai un gregge di animali che dipende interamente da te, e da mamma sento il peso della responsabilità verso i figli, oltre che quella verso gli animali. Riguardo alla mia vita da pastora, già ora ne ho cambiato alcuni aspetti rispetto al passato. Cose che facevo fino a dieci anni fa, ora non me la sento più di farle. La vita mi ha messo a dura prova in questi anni, sia a livello fisico che mentale. Ne ho passate tante, delle quali solo una piccola parte ho voluto raccontare nel mio libro. Io non mi sento una roccia, anzi sono una persona anche troppo sensibile. L’entusiasmo ardito dei vent’anni andava bene quella volta. A quarant’anni personalmente sento di meritarmi un po’ di pace.
Sentirsi una pecora

Caterina mi parla di una sensazione che poi affronta anche nel libro. “Sentirsi una pecora”:


È una sensazione di pancia e di testa. Capisco cosa pensano le pecore e cosa provano. Non riesco a spiegarla diversamente. Sono pecora anche perché ho bisogno di un gregge, non sono una capra solitaria, amo creare “gruppo”. Ma allo stesso tempo, come le pecore, pretendo che il mio piccolo fazzoletto di pascolo sia solo mio. Le pecore brucano in maniera ordinata, ognuna sa dove deve mettersi. C’è una gerarchia, un ordine. Quando devo cercare una determinata pecora, cerco di ricordare in che punto del recinto o del pascolo l’avevo vista nei giorni precedenti. E sto sicura che lì la trovo. Ogni pecora ha il suo posto nel gregge, e noi umani dovremmo comportarci allo stesso modo. Non possiamo accavallarci tutti sullo stesso filo d’erba. Immaginate cosa succederebbe se cento, mille pecore decidessero di volere proprio quel filo d’erba? Morirebbero tutte soffocate l’una sull’altra.

Il docu-film

Caterina è stata stata fra le protagoniste di un docu-film sulle donne pastore “In questo mondo” di Anna Kauber, vincitore della 36° edizione del Torino Film Festival come miglior docu-film italiano:

Non ho fatto nulla per meritarmi di diventare una delle protagoniste, se non essere me stessa. Fare video è facile. Ci si mette lì, e ci si filma mentre si fanno le cose. Si dice quello che si pensa. Scrivere un libro è un’altra cosa. Ci ho lavorato anni, ho pescato tutto nella mia memoria e nel mio cuore. Mi sono documentata, ho cercato e trovato un editore. Sono due esperienze diverse. Inoltre, il documentario “In questo mondo” racconta il mondo dei pastori (nel caso specifico: delle pastore) ripreso da un occhio esterno, quello della regista. Il mio libro è l’esatto contrario: è il pastore che si pone in qualità di osservatore del mondo.
La nomadalgia

C’è un sentimento in equilibrio fra il desiderio di migrare e quello di fermarsi:

Sono un’anima tormentata. Porto dentro di me tutti i luoghi dove ho vissuto pascolando con il gregge, e in essi allo stesso tempo ho lasciato un pezzo di cuore. Mi affeziono ai luoghi, molto. Nella mia anima convivono sia il desiderio di migrare, sia quello di stabilirmi in un luogo fisso. A volte prevale una cosa, a volte l’altra. Il periodo peggiore è l’inizio dell’estate, quando dalle pianure devo trasferirmi in montagna. La montagna mi mette angoscia, ne ho passate troppe lassù per considerare la montagna un luogo di pace e serenità. I primi periodi in montagna sono angosciata. Dopo inizio ad abituarmi e sto bene, finché non ritorna il periodo degli spostamenti con gli animali, che vivo con un certo nervosismo. Appena rimetto piede nei miei Magredi (le pianure che costeggiano i fiumi Cellina e Meduna), il mio cuore si placa.

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