Rosa Balistreri

Rosa Balistreri: la cantastorie popolare dalla voce graffiante

di Feliciana Zuccaro

Devo a mio padre l’interesse per Rosa Balistreri. Mi aveva parlato di lei grazie ad uno speciale radiofonico che aveva ascoltato. E c’entra anche la nostra comune ammirazione per Dario Fo. Da dove comincio questa storia? Proprio dagli albori, scoperti dopo aver letto la biografia della prima cantastorie popolare italiana, una cantatrice (non è un refuso, ma nel corso dell’articolo scoprirete perché).

La difficile infanzia di Rosa Balistreri

Rosa Balistreri nasce a Licata, in provincia di Agrigento nel 1927, da una famiglia poverissima. Il padre Vincenzo è un falegname che porta in casa pochissimi soldi dai rarissimi lavori saltuari che raccatta qua e là. Sono anni difficili quelli in cui nasce Rosa e nulla è facile in Sicilia, in un Sud così aspro, segnato anche dalla guerra. Il suo ricordo più ricorrente è quello della raccolta delle spighe di grano. Con il padre, alle tre del mattino, si alzava e scalza percorreva più di 40 km per andare a raccogliere le spighe di grano nei campi in cui il raccolto era già avvenuto. Poi il ricordo del primo paio di scarpe, avuto quando era più grandicella, le ha permesso di delineare il vero senso di povertà che era costretta a vivere.

Un’adolescenza segnata dal dolore

Quando Rosa aveva dieci anni circa, nella solfatara vicino Licata ci fu una grande esplosione. Prima di quel giorno Rosa percorreva la strada per quel luogo infame con un amichetto con cui aveva fatto le sue prime scorribande. Fu l’ultima volta in cui lo vide entrare rassegnato al buio che lo aspettava in quella lunga miniera, con il fido cardellino che lo avrebbe dovuto avvisare in caso di imminente esplosione. Quello è stato un episodio che l’ha segnata tantissimo e che avrebbe voluto raccontare a tutti, a chiunque nel mondo.

Tutti dovevano sapere quanta miseria c’era in quella miniera. E quando iniziò a sentire i primi cantastorie che giravano nei paesi della sua Sicilia, pensò che da grande avrebbe voluto cantare così anche lei (La piccatura). Il padre pensava fosse pazza. Quello non era mestiere da “femmina”. Le donne dovevano stare in casa e fare figli. Per questo a 16 anni venne data in sposa a Gioacchino Torregrossa detto Jacchinazzu.

L’amore non può essere violenza

Rosa non era innamorata di Jacchinazzu, ma lo era stato di un ragazzo che non poteva sposare, perché la futura suocera non vedeva di buon occhio la sua famiglia, una famiglia povera che non poteva darle neppure uno straccio come dote. Ecco perché fu costretta ad uscire fuori di casa e a sposare quest’uomo che lei non accettava. Con Jacchinazzu si sposò al Comune e gli chiese di non coricarsi la notte con lui finché non fossero sposati anche in Chiesa. Infatti la sera tornava dai suoi genitori, e Jacchinazzu, che era un uomo violento e che giocava a carte i pochi soldi che raccattava, non accettava volentieri questa scelta.

Una sera, con l’aiuto di una sorella e con la scusa di un malore, Jacchinazzu fece tornare Rosa a casa. Arrivata lì, le fu chiusa la porta d’ingresso a chiave da fuori e non poté più sfuggire al suo aguzzino, che la costrinse ad un atto sessuale non consensuale. Quello fu il primo di diversi episodi di violenza, ma da quell’atto Rosa rimase incinta. La gravidanza non fu subito accettata da lei, ma con le settimane se ne affezionò.

La bambina così concepita fu chiamata Angela. Rosa si legò tantissimo a quella bambina, il suo unico motivo di gioia e quando scoprì che Jacchinazzu si era giocato il corredino della bambina per i suoi debiti di gioco, lo accoltellò. Si andò a costituire convinta di aver commesso un omicidio. Si fece diversi mesi di carcere, ma Jacchinazzu era ancora vivo. Nel frattempo la bambina cresceva con la madre di Rosa e piano piano si creò un distacco tra lei e la piccola che poi avrebbe portato a non pochi problemi.

L’amore può essere la musica

E fu in carcere che Rosa imparò a strimpellare e riconoscere le note sulla sua prima chitarra. Lei che non era mai andata a scuola e non sapeva né leggere e né scrivere, imparò in fretta, probabilmente perché il suo amore per la musica era sempre stato immenso. E le donne che in carcere la ascoltavano le dicevano che non avrebbe mai dovuto smettere. Infatti fu così. Rosa uscì dal carcere e invece di tornare a Licata, iniziò a vivere un po’ dove capitava, con amiche che dal carcere le avevano dato indirizzi e luoghi dove proporsi per lavori saltuari.

Lavorò in una fabbrica di sardine, puliva i lampadari in un negozio di cristalli, rassettava la casa di un parroco, fino ad arrivare a casa di due signori che le chiesero di crescere la loro bambina appena nata. In ognuno di questi posti ci aveva trovato un po’ di speranza. Dove poi trovò anche l’amore, o almeno così credette, fu a casa di alcuni ricchi signori per cui faceva la governante.

L’inganno

Nella cameretta che le avevano destinato aveva trovato finalmente un po’ di pace. Ed era lì, che la notte, il figlio dei signori, la raggiungeva per dirle quanto fosse innamorato di lei e della sua bellezza. Ovviamente quelle parole facevano piacere e Rosa Balistreri ne era affascinata. A pochi giorni dalla laurea del ragazzo, questi le chiese di fare una pazzia. Avrebbe dovuto prendere dal comò di sua madre un rotolo di soldi che sarebbero serviti per andare a vivere insieme fuori da quella casa. Inutile dire che Rosa era spaventata da quella proposta, ma l’idea di andare a vivere con lui le piaceva. Quando il furto fu commesso, ovviamente il ragazzo era in viaggio con alcuni suoi amici per festeggiare la sua laurea e Rosa fu accusata. Così le si aprirono nuovamente le porte del carcere, questa volta de l’Ucciardone.

«Mia madre diceva sempre “L’uomo è il fuoco, la donna la stoppa, viene il diavolo e ci soffia” …»

A l’Ucciardone incontrò diverse ragazze con cui condivise tanto. Tutte avevano talenti diversi, chi sapeva cucire, chi cucinare, chi acconciare bene i capelli; quando le chiesero lei cosa sapesse fare, Rosa rispose “Iu sacciu cantari”. Si sparse subito la voce e tutti volevano ascoltarla, anche le guardie del carcere. Nell’ora d’aria si sedeva in mezzo al cortile e cantava con rabbia il dolore e la sofferenza di tutte le carcerate (Nta la vicaria – Canto di carcerato). Così le crebbe dentro il desiderio di concerti con un pubblico vero, fuori da quelle mura.

Un sogno che si infranse quando scoprì che era incinta di quel ragazzo che con l’inganno l’aveva fatta finire in quello squallido posto. E dovrà ricadere di nuovo nel limbo di una vita obbligata al sacrificio, nella speranza di trovare un’altra possibilità. Per fortuna quando il portone del carcere si spalanca verso la libertà, Rosa trova Giuseppina, una compagna di cella, che le apre la porta di casa sua. Chiuso un “portone” la vita le apre “un’altra porta”. Di lì a poco arriva il momento della nascita del bambino. Un parto sofferto. Solo un piccolo vagito e poi il bambino si zittisce. Non ce l’ha fatta.  «Comu si beddu e comu assomigli a tuo padre. È meglio così figlio mio» dice Rosa arresa davanti alla morte.

Arrendersi alla morte, ma non arrendersi mai

Rosa Balistreri si arrende a quella morte, come negli anni si arrende alla morte di sua sorella Maria uccisa per mano del marito, a quella del padre che muore suicida a Firenze dopo che gli chiede di raggiungerla sin lì per avere una vita migliore, quella della madre che se ne va nel silenzio di una vita senza alcuno scopo. Ma Rosa non si arrende al fuoco che la tiene viva! Il fuoco della passione per la musica. E sono gli anni a Firenze che le portano finalmente il successo che merita. Incontra diversi autori di livello che l’aiutano a pubblicare il suo primo disco, entra in un giro di conoscenze che le permettono di fare i suoi primi concerti, si esibisce davanti ad un pubblico vero.

Dario Fo

Poi un giorno fa un provino per uno spettacolo itinerante in tutta Italia che vede come regista “un certo Dario Fo”. Lei e tutti i suoi colleghi devono cantare la storia e i canti popolari della propria regione, ma Rosa non canta, “Rosa piange, soffre, e con la sua voce graffiante emoziona!” A detta di chi l’ha ascoltata in quello spettacolo, lei era quella voce, lei era quella emozione, lei era tutta quella storia popolare della sua terra. Una terra dolorosa, aspra, delittuosa e folcloristicamente colorata. Graffiava con la voce, ma graffiava anche l’anima. L’ascesa di Rosa al grande pubblico, di lì a poco, è una certezza.

I concerti fuori dal teatro Ariston

Prova a calcare il palco di Sanremo, ma non viene invitata dal direttore artistico del momento, così fa dei concerti con la sua chitarra al di fuori del teatro Ariston e sono tante le persone che la acclamano. A riprova che il suo canto popolare è vicino ai più. Ritorna in Sicilia quando è già molto adulta. Non si arrende all’idea che l’hanno acclamata ovunque, tranne nella sua terra. Lì sente forte il richiamo delle radici. Amica dello scrittore Leonardo Sciascia e del poeta drammaturgo Ignazio Buttitta che la definì “cantatrice del sud”, che scrive “Portella della Ginestra” e lei interpreta con la sua solita “Vuciazza grossa”, facendo sentire l’immenso dolore di chi quella strage l’ha vissuta (Purtedda da ginestra). La sua voce era diventata strumento sociale, di protesta e malcontento, e ne andava fiera.

Vive gli ultimi anni della sua vita amando follemente il figlio di Angela, Luca Torregrossa, adottato da Rosa perché Angela non lo voleva. Muore il 20 settembre 1990 a Palermo.

Come innamorarsi di Rosa Balistreri

Io me ne sono innamorata ascoltando “Lu vennirì matinu”, un canto religioso del giovedì Santo, cantato in diverse zone della Sicilia, in cui si sente l’Addolorata cercare il figlio Gesù e lo trova nella casa di Pilato. Commovente il dialogo della Madonna con il fabbro che fabbrica i chiodi. Quando lei chiede di acquistare i chiodi per non vedere crocifisso il figlio, diventa particolarmente struggente e la voce di Rosa fa risaltare tutta la disperazione di quella madre. Rosa era proprio questo (Lu venniri matinu).

“Ah, caru mastru, chi faciti astura?”
“Fazzu tri chiova apposta ppi lu Signuri”
“Oh caru mastru, nun li fari a st’ura
Ti paju la nuttata e la maestria”
“Oh cara matri, nun lu pozzu fari
Unni c’è Gesù ci mettunu a mia”

E voi Api Furibonde, conoscevate questa immensa cantatrice? Se volete approfondire la sua vita, vi consiglio di leggere La mia casa è un’isola di Stefania Aphel Barzini edito da Giunti e di guardare il documentario Rosa Balistreri-Un film senza autore.

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