Pina Maria Rinaldi - L'italiana in bicicletta

Pina Maria Rinaldi e l’italiana in bicicletta

di Mariagrazia Veccaro

Durante i mesi congelati e noiosi da eterna domenica pomeriggio della pandemia, Pina Maria Rinaldi decide di scrivere il suo primo romanzo. A spronarla è Rodrigo, suo marito, che in quell’anno se la ritrova di colpo seduta alla scrivania. Sommersa da annotazioni e sottolineature, post-it e file word in successione. Ci sono da fare ricerche storiche sulla trama che ha in mente ci sono.

Io, che la conosco bene, posso confermare che quando Pina si dedica a qualcosa che ha a cuore sarebbe capace di perderci il sonno pur di far combaciare gli orli di una promessa o di una storia. L’italiana in bicicletta è stato pubblicato da Giunti Editore.

Ha da sempre avuto intenzione, fino dai primi appunti su un quadernetto A5 coi fiorellini, di mettere in scena un’eroina gentile. Si scopre poco alla volta, una ragazza minuta e composta che al momento giusto sa tirare fuori l’ardore e le unghie.

Serafina, la protagonista del mio romanzo, non è una velocista da grandi passioni e colpi di testa, è piuttosto una maratoneta che va avanti a testa bassa, concentrata sul proprio respiro, senza perdere di vista il traguardo. Prima di abbozzare la trama, mi sono dedicata a creare una scheda dettagliata del personaggio e per ispirarmi ho scelto la foto di un’attrice del cinema muto, l’americana Marie Doro. Nei suoi ricci indisciplinati e nello sguardo volitivo ho riconosciuto la mia Serafina e sono partita da lì. Mi sono divertita a definire la sua personalità con qualche aggettivo saliente e a concederle qualche debolezza per renderla più autentica, proprio perché non cercavo la protagonista perfetta. E infatti Serafina arrossisce vistosamente quando è in imbarazzo. Non ha il minimo senso dell’orientamento. Si mangia le unghie quando è nervosa. Spesso è talmente concentrata sui propri programmi da non saper apprezzare gli imprevisti che le capitano davanti. Mi ci sono affezionata come a una buona amica.

Una vita avventurosa alla Jo March

Così come la protagonista del suo romanzo, anche la nostra autrice ha vissuto a perdifiato nel mondo.

Quando per prima cosa le chiedono le sue origini Pina Maria Rinaldi deve fare tre respiri, esattamente lo stesso numero dei cuori che si conta come lucana di nascita, cilena d’adozione e pugliese per vocazione.

Allora, tutto d’un fiato, risponde che la sua famiglia è originaria di Grassano, un piccolo borgo in provincia di Matera. Per questioni pratiche è nata a Tricarico, dove all’epoca c’era l’ospedale.

Della terra schietta e senza fronzoli della Basilicata le sono rimaste la capacità di apprezzare le successioni quotidiane semplici e la praticità nelle cose del fare. A poco meno di un anno si è trasferita a Martina Franca dove ha frequentato le scuole e le amicizie più importanti di una vita, quelle di quando ci si sente ancora infinito.

Assicura che non era una ragazza glamour e la sera aveva il coprifuoco mezz’ora prima delle sue compagne di classe ma che alla fine non si è mai davvero sentita esclusa tanto che adesso a Martina ci ritorna spesso per i caffè da rimpatriate sotto i balconi fioriti o per fare delle compere.

Gli anni universitari

Gli anni universitari a Lecce sono stati invece quelli scoperta dell’indipendenza e la conferma della sua naturale predisposizione a imparare con duttilità le lingue straniere per poi scoprire culture e tradizioni diverse. D’altronde è cresciuta con Jane Austen e le sorelle Bronte (Cime Tempestose è l’unico romanzo che ha letto tre volte), Verne e Salgari e Stephen King. Gabriel Garcia Marquez è il suo scrittore d’elezione, coi suoi romanzi dalle tonalità calde di sensualità e antiche passioni.

Terminati gli studi, alla cattedra da professoressa in qualche scuola di provincia e alla scrivania in radica di inizi del Novecento da diplomatica sceglie l’avventura del viaggio. Proprio come avrebbe fatto la hostess che la bambina che è in lei sperava da grande di diventare. Durante la sua vacanza premio di laurea in Cile conosce, inaspettato come l’arrivo di tutti i grandi amori, Rodrigo. Lì, tra la caotica capitale e i deserti d’Atacama, ci resta per otto anni come addetta all’accoglienza degli ospiti al Ritz-Carlton di Santiago e tour operator.

Passare dalla sonnolenta provincia pugliese alla caotica capitale cilena con i suoi 6 milioni di abitanti, è stato uno shock. Era tutto nuovo, chiassoso, colorato e ci ho messo un po’ ad abituarmi agli spostamenti infiniti, agli immancabili tacos (ingorghi) e a tenere bene a mente le zone da evitare. Ma la vista della Cordigliera che sovrasta maestosa Santiago mi ha fatto presto dimenticare tutte le classiche pecche da metropoli.
L’ultimo anno in Cile l’ho trascorso nell’estremo nord del paese, nel cuore del deserto di Atacama, tra i più aridi al mondo. Un paesaggio ostile, ma anche sorprendente: ripenso ancora con incredulità alla inimmaginabile distesa di fiori che ha coperto le rocce per un breve periodo, grazie al fenomeno chiamato “desierto florido”. Uno spettacolo della natura, un regalo che conservo gelosamente nella memoria.
È così che mi sono trovata ad esplorare deserti e ghiacciai (spesso con l’equipaggiamento inadeguato, ahimè), a perdermi nelle magnifiche foreste di araucarie e a scalare vulcani, non senza difficoltà. Ho perfino dormito su un letto di pietra in Bolivia, in mancanza di posti liberi nel rifugio di montagna. La geografia del Cile è stata una scoperta: abituata alle rassicuranti colline pugliesi, alle spiagge dell’Adriatico dai fondali bassi, ai paesini che si susseguono a pochi chilometri l’uno dall’altro, mi sono ritrovata senza parole di fronte agli spazi immensi della Patagonia, ai deserti e ai salares e al cospetto dell’impetuoso oceano Pacifico.

Nel 2012 rientra in Puglia con la sua famiglia italo-cilena e si stabilisce definitivamente ad Alberobello, un paese piccolo e tranquillo scelto. Lo fa per continuare a lavorare nel turismo, seguendo le orme di suo padre che ha lavorato una vita come direttore tecnico di un’agenzia di viaggi e in un albergo. Lo fa anche per crescere, sempre con Rodrigo, i due figli esattamente come diceva sua nonna lucana, senza troppe cerimonie e in modo semplice.

La scrittura di Pina Maria Rinaldi come viaggio duplicato

Pina Maria Rinaldi - L'italiana in bicicletta

L’italiana in bicicletta è un romanzo di formazione nel quale, se si ascoltano attentamente gli echi tra le pagine come il mare in una conchiglia, riverberano le estati afose e interminabili di Pina bambina. Si inventava con le amichette gare di fiabe con protagonisti dai nomi anglosassoni e lotte senza quartiere in qualche posto esotico sperduto sul mappamondo. E poi le pedalate tra i trulli diroccati e le sabbie del Tirreno dei suoi giri in bicicletta che cercavano di superare in foga quelle della sorella, l’ondeggiare dei pini nelle valli pugliesi, il vento piumato di Valparaíso, le risacche sulla casa a scogliera di Pablo Neruda a Isla Negra e i silenzi arcani dei moai.

Scrivere per me è evasione, scrivo per vivere esperienze che mi sono precluse, per forgiare mondi che non potrò mai vedere, per immaginare relazioni e reazioni che non ho sperimentato. Scrivo perché mi piace dar forma ai personaggi e accompagnarli passo dopo passo, commuovermi con loro e gioire dei loro successi. Scrivo perché le parole mi permettono di vivere infinite vite.

Se questa storia vi è piaciuta condividetela con altre Api furibonde come voi e leggete anche questa storia: Maria Corno e la filosofia del cammino.

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