Hermine Avagyan

Hermine Avagyan: se pace e guarigione non coincidono

di Sabrina Barbante – blogger

Ci sono ferite che il tempo non rimargina, per quanto la politica e il così detto bene collettivo chiedano di archiviare.
Negli ultimi anni l’Armenia è entrata nei radar europei. I voli diretti dall’Italia verso Erevan aumentano, la città compare nelle liste delle nuove destinazioni da scoprire, il governo di Nikol Pashinyan, uscito nuovamente vincitore dalle recenti elezioni, rafforza i rapporti con l’Europa e cerca di ridefinire il ruolo geopolitico del paese, allontanandosi progressivamente dall’orbita russa. Osservata da lontano, questa trasformazione appare comprensibile. Per molti armeni rappresenta una speranza di stabilità, modernizzazione e apertura verso il mondo. Ma esiste anche un’altra Armenia raccontata Hermine Avagyan con un lato che resta sommerso sotto la speranza di crescita e indipendenza economica.

Un’Armenia che continua a fare i conti con l’esodo dall’Artsakh, con le persone scomparse, con i prigionieri ancora detenuti a Baku e con una memoria che rischia di essere sacrificata sull’altare della normalizzazione.

È l’anima dell’Armenia raccontata da Hermine Avagyan


Scrittrice, poeta e attivista, Hermine Avagyan appartiene a quella generazione cresciuta all’ombra di una guerra mai davvero conclusa del Nagorno Karabakh. Attraverso i suoi libri racconta la perdita, l’esilio e la possibilità di sopravvivere al trauma senza rinunciare alla propria identità.

Il suo ultimo lavoro, Lettres du paradis où il n’y a plus personne, scritto insieme all’intellettuale francese Ulysse Manhes, nasce da una necessità precisa.



“Volevo raccontare la ferita dell’Artsakh al mondo”, mi spiega, “non per intristire il lettore, ma per permettergli di empatizzare. Perché il rischio oggi è che la storia dei suoi esuli e dei prigionieri politici venga dimenticata ancora più in fretta. Volevo commuovere, coinvolgere, ma anche parlare della speranza e dello sguardo al futuro delle persone dell’Artsakh.”


La sua storia personale attraversa quella collettiva. Ha pochi ricordi del padre, morto durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh.


Una delle ultime volte che ci siamo visti mi disse: vado a cercarti il miglior futuro possibile


Per anni ha pensato a quelle parole. Oggi è convinta che suo padre stesse parlando della pace.
Ma pace e pacificazione, per Hermine Avagyan, non coincidono.

È una distinzione che ritorna spesso nelle sue riflessioni. Racconta:

Il governo parla della necessità di andare avanti. Ma come si può parlare di pace quando ci sono ancora armeni detenuti a Baku? Quando continuano le ingiustizie e le conseguenze dell’esodo?

Brucia in Hermine, e nelle sue pagine che alternano dolcezza e amarezza, la paura di una pace fatua, costruita dimenticando chi ha pagato il prezzo più alto del conflitto.
Il romanzo, pubblicato da NewMag, sotto forma di doppio libro in doppia lingua, armeno e francese, riprende il genere sempreverde del romanzo epistolare.
Il fatto che racconti una storia, personale e collettiva, reale, lo rende ancora più interessante.
Anche la forma epistolare, in questo lavoro, non è solo artificio, perché la corrispondenza tra Hermine e Ulysse, sebbene nata per fini letterari, è stata una corrispondenza e un’amicizia reale.

La dolcezza della poesia, la determinazione dell’attivismo (femminile)


L’attivismo di Hermine si scontra, come ogni forma di attivismo della nostra epoca, con commenti passivo aggressivi o odio in rete; ma si incontra anche con grandi atti di empatia e partecipazione.
Soprattutto offline.
Soprattutto femminile.

Nel 2023, durante il blocco del corridoio di Lachin che collegava l’Artsakh all’Armenia, Hermine ha preso parte a uno sciopero della fame davanti agli uffici delle Nazioni Unite in Armenia.
Accanto a lei si alternarono decine di persone, non tutte esuli dell’Artsakh, molti di altre regioni dell’Armenia, moltissimi di Erevan. Moltissime donne, tra cui madri che stavano allattando.

Hermine Avagyan cercava di dissuaderle dal partecipare allo sciopero della fame,
La risposta, non l’ha mai dimenticata.

“Trentamila bambini stanno morendo di fame in Artsakh. Anche altre madri stanno allattando, ogni giorno, senza potersi nutrire. Un giorno di digiuno possiamo farlo anche noi.”

La simbologia della memoria collettiva

L’attivismo è fatto, come la letteratura e l’arte, di simboli, come di simboli è fatta l’identità nazionale di un popolo, quello armeno, che vive una fase di transito.
Hermine mi mostra il suo passaporto.
Formalmente è un passaporto armeno, ma contiene ancora un codice che identifica la sua provenienza dall’Artsakh.
Le autorità le hanno suggerito di sostituirlo, lei si rifiuta. E questo rifiuto ha compromesso la sua possibilità di votare alle ultime elezioni.


Mi considero cittadina della Repubblica d’Armenia. Non sono una rifugiata. Sono nel mio paese. Il mio passaporto mi dà tutti i diritti di un’armena, all’estero, ma non i diritti di un’armena in Armenia.

Poi indica un altro particolare.
Dai timbri più recenti sui passaporti armeni, è scomparso il Monte Ararat.

Come ogni simbolo, rappresenta molto di più di se stesso; è il segno di una paura che attraversa gran parte della società armena contemporanea, quella di perdere, insieme ai territori, anche i riferimenti e i frammenti di memoria che hanno contribuito a definire l’identità collettiva del paese, in nome della pacificazione dei rapporti con Stati più forti e influenti (in quest’ultimo caso, la Turchia).

È in questa tensione che vive oggi l’Armenia ed è questa tesa contraddizione ciò che Hermine sa raccontare: il desiderio di costruire il futuro e la necessità di non cancellare il passato o anche le ferite del presente.

La sua poetica si annida lì, dove si fermano gli irrisolti individuali e collettivo;
la voglia di superare un trauma e l’impossibilità di farlo fino a che non viene visto, nominato e riconosciuto.

Se il tema di questo articolo è fra i suoi interessi leggi anche Juliette Robles: la guarigione attraverso la musica.

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